L’impatto di un parroco con le tradizioni della religiosità popolare peruviana

La fatica del vino nuovo in otri vecchi, quando la novità potrebbe rompere i vecchi otri
Questo è il primo anno che c’e la parrocchia e mi sembrava opportuno porre le basi per una festa diversa della Virgen de la Merced a cui è dedicata la parrocchia e il pueblo in cui è posta la parrocchia . Ma le fatiche e le resistenze alla novità sono grandi. Anzi probabilmente non si vuole modificare nulla…… ho iniziato a fine giugno, inizio luglio a chiedere come si organizzava la festa e a chiedere chi si impegnava fare questa festa dicendo che ora era anche festa della parrocchia. Ma nessuna delle persone che si sarebbero impegnate per questa festa si è fatta viva.
In due mesi i pochi che vengono in parrocchia hanno detto che avrebbero avvisato le persone che si erano
compromesse … risultato fu che non si è visto nessuno.
Un giorno ritornando da Sayán mi dicono: “Stanno facendo scendere la croce dal monte per la festa della Merced”.
Decido di andare anche se l’orgoglio mi diceva di non andare perché non mi avevano avvisato.. Vedo cosí chi si è impegnato per la festa (è interessante, che quando una commissione si forma per una festa questa commissione decide tutto e gli altri non possono dire nulla… sembra essere una gara tra famiglie per chi fa la festa piú grande. Peró gli elementi delle festa piú importanti, sono pranzo, banda musicale, birra a fiumi (da cui viene un lauto guadagno ) e cose piú o meno esteriori.. Mi chiedono di fare una orazione e durante la orazione chiedo di confrontarsi con la parrocchia perché é anche festa della parrocchia ed è importante e vorrei che fosse un poco diversa da tutte le altre feste dove la Messa è una occasione per fare un gesto religioso, ma dove tutti accorrono solo per il ballo e per la birra. Ci diamo cosí appuntamento per il consiglio pastorale parrocchiale dove non arrivano.
Sembra proprio che la novità del evangelo che porterebbe alla conversione di una modalità di fare festa che culmina in una ubriacatura generale, che unisce forme di solidarietà e di festa congiunte con spreco e manifestazione di un potere acquisito, che dimentica i principi della giustizia sociale e lavorativa in nome di una sorte di rivincita della festositá e della fastositá nel giorno della festa, sembra proprio che non ci sia spazio per questa novità che se entrasse romperebbe alcuni otri vecchi dove il potere, il maschilismo, e altre devianze si sono ben radicate… E conti finiti, dopo la festa penso di aver incassato una ulteriore sconfitta contro perché qualcuno ha letto questa mia voglia di “fare meglio”, come una voglia di “fare contro”, perché non hanno inteso il senso di alcune critiche…. Aveva ragioni Rupnik quando mi disse che per alcuni anni è meglio ascoltare e non parlare in missione. Ma non mi abbatto, ricominciamo.

Vi chiedo in questo mese una preghiera perché noi missionari in terra straniera, possiamo servire bene il vangelo senza tradirlo e per tutti coloro che sentono l’urgenza missionaria che nasce dalla bellezza del Vangelo, siano testimoni sereni di questa novitá.

Fine della lettera di don Giambattista Inzoli per il mese missionario.

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La pastorale missionaria comincia dall’incontro con i piccoli

Continuiamo nella lettura della riflessione di don Giambattista Inzoli, scritta per il mese missionario.

La missione che sto vivendo è una pastorale fatta di incontri piccoli e di relazioni brevi, come la pastorale di Gesú che incontra la Samarita, Nicodemo nella notte, e l’amico Lazzaro in casa sua.
Quando vado nelle scuole pubbliche mi metto all’esterno, nel cortire e attendo che si avvicini qualcuno… alcuni piccoli vogliono semplicemente giocare o vedere il PC con il quale sto lavorando.. Uno di questi giorni verso le 11.00 (16 settembre) si avvicinano due ragazze chiedendomi che cosa faccio lí. Spiego la ragione e poi se ne vanno, dopo alcuni minuti ritorna una dicendo. Posso parlarti. La professoressa mi ha lasciato venire e mi ha detto che le cose che ti dico tu non le vai a dire a nessuno. E cosí inizia a parlare della sua famiglie e dei grandi problemi che incontra e dell’impossibilitá di parlarne con qualcuno perché , se la mamma si accorge che lei parla dei problemi famigliari con qualcuno, peggiorano i maltrattamenti e le percosse… Il padre se ne è andato di casa e non passa gli alimenti, lei deve lavorare e non ha nemmeno i quaderni e la penna per scrivere e la mamma non vuole che lei chieda aiuto a nessuno perché nessuno deve sapere dei problemi familiari… giá un anno ha perso la scuola perché è andata a lavorare, ma ora, a 13 anni, sta facendo la sesta primaria (i suoi compagni hanno 10 anni). Parliamo a lungo e concordiamo una tattica perché io possa parlare con la madre…. Gli occhi della ragazzi sono tristi. Sembra non ci sia possibilitá per lei di migliorare.
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La tentazione del potere, e la scelta della debolezza. Per una missione evangelica

Scrive don Giambattista Inzoli nella sua lettera per il mese missionario:

Quella del potere è una tentazione che sta sopita come brace sotto la cenere. E che può uscire ad ogni momento…
In questo tempo a volte mi sento straniero in terra straniera e non sempre riesco a dissimilare la fatica del vestire la veste dello straniero che si sente ospite, a volte vorrei inconsciamente essere lo straniero che tiene maggior potere e che quindi conta di piú. I soldi sono un rischio per chi, come noi missionari ne abbiamo un poco di piú degli altri. Quello che per noi risulta sufficiente per vivere , per loro è moltissimo.
Scegliere la via della debolezza non è facile, 1 cor 1,27-28 “quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono,” Scegliere di essere debole della debolezza della carità non è per nulla facile, perché vorrei molte volte che alcuni valori alcune decisioni divenissero forti. Ma per evangelizzare è importante spogliarsi della forza e rivestirsi della debolezza, perché la verità quanto piú è grande tanto piú è debole.
E come sempre l’anima briazola che misura i risultati e che vuole lavorare molto, qui si scontra con la verità del vangelo che chiede di rivestirsi della debolezza per essere annunciatore.
(Continua)

Don Giambattista Inzoli riflette sul mese missionario

Siamo all’inizio del mese di ottore , il mese missionario e si fa chiaro in me il fatto che la ragione piú grande della mia presenza in questo luogo è la passione per il Vangelo, e la passione perché questo Vangelo sia affidato ai poveri, predicato, annunciato, consegnato umilmente come la Parola che illumina la vita, cura, medica le ferite, arricchisce lo spirito di ogni uomo e di ogni donna.
Questo mi è chiaro soprattutto quando ricevo il dono di poter incontrare questi poveri , di poterli ascoltare, e di entrare in confidenza.
Per cui ho pensato di scrivervi alcune delle riflessioni che sto facendo, perché puó essere utile per comprendere il senso della missione e della evangelizzazione. Inizia anche il mese missionario e quindi puó essere per me una piccola riflessione sulla missione , a qualunque latitudine e longitudine ci possiamo incontrare.
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L’identità spirituale del monoteismo è una ricerca continua

Mi è piaciuto molto il commento ai capitoli 3-8 di 1Sam fatto recentemente da Moni Ovadia nella trasimissione radiofonica “Uomini e profeti“.
Riporto alcuni appunti che ripropongono la freschezza del parlato e l’intensità dei contenuti.
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Dalla missione nord-sud alla missione sud-sud ed anche sud-nord

Riflessioni di don Mario Bandera, direttore dell’ufficio missionario della diocesi di Novara

Uno degli aspetti che stanno emergendo prepotentemente dal variegato mondo dell’evangelizzazione e del volontariato e che in modo particolare colpisce chi visita una realtà missionaria, è il costatare come in questi ultimi anni si sia registrato un profondo cambiamento nella figura dei missionari operanti sui vari fronti della missione ad gentes. Tanto per capirci, noi siamo abituati a ripercorrere la storia della missione fatta lungo i secoli da schiere di missionari europei che varcati gli oceani per approdare in terre lontane al fine di portare la Parola e la luce del Vangelo, hanno a loro volta influito tramite la loro cultura, le loro tradizioni religiose e via discorrendo ad avviare una realtà ecclesiale, spesso e volentieri modellata su clichè europei.
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Un Dio inaspettato. Racconto buono per l’avvento

Era tardi quando Dio arrivò nella piazza, con il suo sacco sulla schiena e il cartone sotto il braccio. Subito due uomini di strada lo interpellarono: “Ehi, sei nuovo, eh? Vieni qui!”, A Dio piacque di essere chiamato così e rispose alla richiesta. Arrivò vicino a loro e augurò una buona notte. “Buona notte anche a te, ma non troppo… perché qui in strada non è un gioco!” rispose il primo.
Il secondo chiese: “Sei un nuovo arrivato qui, vero?” “Si e no”, rispose Dio, “dipende da come mi guardi…”
“Mi piace questa risposta!, sii benvenuto, fratello! Sentiti a casa!”
Questa accoglienza calorosa, essere trattato come “nuovo arrivato”, “fratello”, scaldò il cuore di Dio. Molte volte sentiva freddezza quando gli esseri umani, sue creature predilette, si rivolgevano a lui…
“E com’è il tuo nome?” domandò uno dei due. “ Mi chiamano con tanti nomi…” disse Dio. “Anche noi ci chiamano con tanti nomi!”, replicò l’altro. “E la gente nemmeno vuole sapere il nostro nome preciso…Ma qui, tra noi, com’è il tuo nome?” “Il mio? E’ che è quasi… inaspettato”, cercò di concludere Dio.
“Inaspettato!!! Mi piace questo nome! Benvenuto, Inaspettato! Stendi il cartone per terra, e siediti qui, vicino a noi”
Dio sorrise… Pensò quante volte fu chiamato “Inaspettato”, ma furono ben poche.

Lui, che Isaia chiama “l’atteso di tutte le genti” arrivó una notte inaspettato e non lo riconobbero nella città, nei commerci, ma solo alcuni uomini dimenticati dalla società che passavano la fredda notte senza un tetto.