Parolari shock: La missione non è andare ma rimanere

Riflessioni tratte da Enrico Parolari – Donato Pavone, Ministero alla prova. Per una lettura sapienziale delle relazioni del prete, La rivista del clero italiano, 9-2011, pp. 572-573

La missione al contrario: il ‘rimanere

Nell’attuale situazione socio-culturale per il presbitero la missione è al contrario.
Egli è paradossalmente chiamato non tanto ad andare, quanto a rimanere. Saper rimanere è il tratto decisivo della relazione di un prete. In parrocchia, prima o dopo, egli si ritrova a incontrare proprio tutti. Se è disponibile, se svolge il suo ministero più ordinario, se si fa trovare con una certa regolarità in determinati tempi e luoghi, se è accessibile e se sa ascoltare con il cuore, al prete capita che senza dover andare in cerca delle persone siano loro ad arrivargli letteralmente addosso. Anzi qualche volta dovrà addirittura difendersi, ponendo qualche saggio confine tra sé e gli altri.
Tante sono però le strategie che il prete può mettere in atto per esonerarsi da questa missione al contrario, cioè per non condividere, non ascoltare e respingere le persone. Ci si vuol riferire, per esempio, al farsi prendere dal turbinio delle cose, al dire o fare capire di essere pieno di impegni, al giocare sul fatto di essere parroco di più parrocchie e di non avere tempo, a quel modo di porsi nei riguardi delle persone che incute soggezione o scoraggia l’incontro. Non di rado poi, sia per alcune sue passioni pastorali e personali, sia per eccesso di impegni extra parrocchiali il prete si fa vedere soltanto in situazioni ufficiali e si palesa disponibile quasi esclusivamente per servizi strettamente funzionali.
Il fatto è che rendersi realmente inaccessibili può esse talvolta il segnale dell’incapacità di ‘rimanere’, cioè di abitare in profondità con se stessi, di dimorare in maniera seria e orante nella Parola, di stare con pazienza nelle situazioni umane così come sono e vivere autentiche relazioni personali.

2 thoughts on “Parolari shock: La missione non è andare ma rimanere

  1. cesarina 26 ottobre 2011 / 2:12 am

    Da laica dico che questa riflessione è abbastanza shockante!
    Concordo sul fatto di saper ascoltare e parlare con il cuore, ma ritengo importantissimo il fattore “condivisione” quotidiana: noi laici avvertiamo meglio l’umanità del presbitero quando questi sa buttarsi con noi nella mischia del mondo contemporaneo e “rimanere” ancorato alla Parola trasmettendola nelle varie situazioni che vive con noi! La Parola diventa carne, diventa umana attraverso la sua umanità.
    Credo che anche il presbitero possa essere arricchito da una condivisione di questo tipo: forse può avvertire meno quel particolare senso di “solitudine” che è insito nella sua scelta di vita.
    Non sono certo i tempi di Gesù: non mi risulta che Lui sia rimasto… ma si è consumato piedi, mani, cuore, vita! Se la ricetta fosse ancora questa?

  2. Giovanna 4 gennaio 2012 / 5:09 pm

    Credo molto alla facoltà di ‘rimanere’, cioè abitare in profondità con se stessi e ciò vale per tutti. Conosco tanti sacerdoti che sanno mettersi in gioco ogni giorno nelle relazioni umane, pur rimanendo nell’unità dell’anima.
    L’uomo si affina con l’uomo e ringrazio Dio per avermi fatto incontrare tanti consacrati con i quali ho potuto edificarmi e forse, in qualche modo, edificare.
    Preghiamo per tutti noi, perché riusciamo a costruire relazioni belle, giuste e piene d’amore.

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