Cardinale Van Thuan, l’arresto ed il suo segreto per resistere al carcere vietnamita

Preziosa testimonianza del card. Vietnamita François-Xavier Nguyên Van Thuân, di cui è in corso il processo di beatificazione.

L’arresto «Era il 15 agosto 1975, Festa dell’Assunta. Sono stato invitato a recarmi nel Palazzo dell’Indipendenza a Hochiminville e sono stato arrestato. Erano le ore 14. E’ iniziata per me una nuova avventura. Avevo solo la tonaca e un rosario. Da quel momento ero il “signor Van Thuan”. Per loro non ero vescovo, sacerdote. Quella notte, su una strada lunga 450 chilometri, in viaggio verso la mia residenza obbligatoria, ho deciso che non avrei aspettato con rassegnazione il giorno della liberazione. Avrei vissuto il momento presente colmandolo d’amore. Così ho cominciato a scrivere lettere ai fedeli. Quang, un ragazzino di 7 anni, mi procurava i fogli di carta. Poi prendeva ciò che avevo scritto e lo portava a casa dove i suoi fratelli ricopiavano il testo e lo diffondevano. Sono rimasto in catene per tredici anni. Nove anni sono stato in isolamento. Ma non ho perduto mai la speranza. La fede è stata la mia forza. Non avevo la Bibbia in carcere. Allora ho raccolto tutti i pezzetti di carta che ho trovato e ho realizzato quasi un’agenda con più di 300 frasi del Vangelo. Mi sono nutrito con la Parola di Dio…

L’Eucaristia è stata il mio segreto per resistere… All’indomani del mio arresto mi venne consentito di scrivere ai familiari per farmi inviare le cose necessarie. Domandai la medicina contro il mal di stomaco. I miei sapevano che non soffrivo di quel male, cosi mi mandarono il vino per la Messa in una piccola bottiglia con l’etichetta: “medicina contro il mal di stomaco”, e delle ostie in una fiaccola contro l’umidità.

Non potrò mai esprimere la mia grande gioia: ogni giorno, con tre gocce di vino e una goccia d’acqua nel palmo della mano, ho celebrato la Messa. Era questo il mio altare ed era questa la mia cattedrale!… Erano le più belle Messe della mia vita! Così per anni mi sono nutrito del pane della vita e del calice della salvezza. In prigione sentivo battere nel mio cuore il cuore stesso di Cristo. Sentivo che la mia vita era la sua vita, e la sua era la mia.

Gesù nell’Eucaristia è stato adorato clandestinamente dai cristiani che vivevano con me, come tante volte è accaduto nei campi di prigionia del secolo XX. Nel campo di rieducazione, eravamo divisi in gruppi di 50 persone, dormivamo su un letto comune, ciascuno aveva diritto a 50 cm. Siamo riusciti a far sì che ci fossero cinque cattolici con me.

Alle 21.30 bisognava spegnere la luce e tutti dovevano andare a dormire. In quel momento mi curvavo sul letto per celebrare la Messa, a memoria, e distribuivo la comunione passando la mano sotto la zanzariera. Abbiamo perfino fabbricato sacchettini con la carta dei pacchetti di sigarette, per conservare il Santissimo Sacramento e portarlo agli altri. Gesù Eucaristia era sempre con me nella tasca della camicia.

Ogni settimana aveva luogo una missione di indottrinamento, a cui doveva partecipare tutto il campo. Al momento della pausa, con i miei compagni cattolici, approfittavamo per passare un sacchettino a ciascuno degli altri quattro gruppi di prigionieri: tutti sapevano che Gesù era in mezzo a loro. La notte, i prigionieri si alternavano in turni di adorazione. Gesù eucaristico aiutava in modo inimmaginabile con la sua presenza silenziosa: molti cristiani ritornavano al fervore della fede. La loro testimonianza di servizio e di amore aveva un impatto sempre più forte sugli altri prigionieri. Anche buddisti ed altri non cristiani giungevano alla fede. La forza dell’amore di Gesù era irresistibile. Così, l’oscurità del carcere è diventata luce pasquale».

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