Dal Maranhão ci ricordano l’importanza dell’impegno sociale dei cattolici

Don Marco Bassani ci scrive per condividere le sue riflessioni sempre ficcanti e capaci di aprire la discussione!

Carissimi amici, approfitto dell’imminenza della Pasqua per “farmi vivo” e aggiornarvi un po’ sulla situazione qui, dal “fronte sud”. Come si suol dire da queste parti, adesso posso dire che “pisei no chão”, ho messo i piedi per terra, su questa nuova terra, nella quale sono stato chiamato a lavorare. In effetti la prima cosa che mi vien da dire è che, pur in un contesto sostanzialmente omogeneo con la realtà in cui lavoravo, in realtà, più passa il tempo e più mi accorgo delle differenze antropologiche e religiose, che caratterizzano queste due realtà, Dom Pedro e Alto Brasil, apparentemente così vicine (Km. 200 di distanza l’una dall’altra). Questa esperienza mi fa continuamente riflettere sul carattere effimero degli stereotipi della globalizzazione, che vorrebbero ridurci tutti ad un “grande omogeneizzato”, uniforme e indistinto. Grazie a Dio l’umanità è una varietà immensa di tonalità, che solo lo Spirito del Creatore poteva immaginare. Che pena e che tristezza, quando ancora sento e vedo dipingere l’altro e lo straniero secondo modelli precostituiti e ideologici, che solo menti perverse e pervertite possono concepire.

Di fatto, attualmente, vivo ad Alto Brasil, un paese, che per il momento è ancora frazione della città di Grajaù, che voi già ben conoscete per essere la sede della nostra Diocesi. In realtà, pur essendo frazione, contiamo con una popolazione di circa 5.000 abitanti e ci troviamo a Km. 50 dalla sede del nostro Municipio. Anche da un punto di vista ecclesiale, noi facciamo ancora parte della Parrocchia della Cattedrale, pur essendo totalmente indipendenti, quanto all’amministrazione concreta della pastorale. Se io avessi qualche piccolo “cedimento” verrei nominato parroco, seduta stante; spero di non avere “queste debolezze”, perché, in realtà, la situazione in cui mi trovo è l’ideale per svolgere le varie funzioni che mi sono state affidate. Ma su questo punto torneremo più avanti. Oltre ad Alto Brasil seguo altri due frazioni minori, Remanso, circa 1.800 ab. e Sabonete circa 500 ab., entrambi lungo la statale, che collega da est a ovest il Maranhão. Le tre realtà sono lo “zoccolo duro” della futura Parrocchia di Alto Brasil; per questo motivo il Vescovo mi a chiesto di accompagnarle, nella misura del possibile, per creare una struttura pastorale prima che si passi agli adempimenti giuridici.
Come potete costatare, sommando le tre realtà, già avremmo una parrocchia di medie dimensioni in Italia. Per questo motivo il lavoro non manca già in questo primo incarico. Di fatto, non avendo mai avuto una presenza stabile di un sacerdote ed avendo cambiato molto i sacerdoti, che a turno celebravano l’Eucaristia, per questi motivi la realtà, che ho incontrato era abbastanza disorganizzata, pur non essendo un deserto; alcune realtà, come la liturgia e la catechesi, già funzionavano con una certa autonomia. Gli sforzi principali di questi primi mesi sono stati rivolti ad una riorganizzazione/fondazione delle CEBs, delle cinque Comunità di Base, in cui si articola la quasi-Parrocchia. La preoccupazione principale, tutt’ora in atto e sulla scia dei buoni risultati ottenuti a Dom Pedro, è quella di far crescere la coscienza della corresponsabilità dei laici nell’azione evangelizzatrice. Ciò significa, in concreto, che, tendenzialmente nessuno può essere membro passivo della comunità; tutti abbiamo ricevuto dei doni e una chiamata, per collaborare con Gesù nella costruzione del Suo Regno. Ora, si tratta di scoprire qual è il mio talento e, soprattutto, volerlo mettere a disposizione della mia comunità.
Un’altra linea fondamentale, sulla quale sto lavorando, è aiutare a prendere coscienza che, come dicono la “Gaudium et Spes” e la “Christifideles laici”, l’ambito di attuazione dei laici non è, innanzitutto, intra-ecclesiale, bensì extra-ecclesiale, ovvero fuori della Chiesa, ovvero nel mondo. Purtroppo, come lucidamente analizzava Giovanni Paolo II nella “Christifideles laici”, il nostro laicato negli ultimi 30 anni ha subito una paurosa involuzione intimistica. Questo fenomeno ha fatto sì che, oltre al progressivo abbandono dell’impegno dei cattolici nel sociale e nel politico, oltre a ciò, è stata snaturata l’immagine del cattolico impegnato. Infatti, se volessimo fare un improvvisato sondaggio, chiedendo chi e quali sono le figure più rappresentative e impegnate di una parrocchia, la maggior parte degli esempi, che verrebbero citati, qui come lì in Italia, sarebbero esempi di mamme catechiste, o del gruppo liturgico, o qualche papà, che fa giocare i bambini in Oratorio; forse riuscirebbero a citare qualche adulto impegnato nella Caritas. Certamente a nessuno verrebbe in mente di citare qualche esempio di professore dedicato e competente, di medico disinteressato, di politico evangelicamente esemplare. Magari, a pensarci bene, si troverebbero anche queste figure, nonostante lo scempio del mondo politico, ma la nostra involuzione ecclesiale di questi ultimi trent’anni ci porta a non dare il giusto peso a queste figure e, più in generale, a questa attitudine ecclesiale.
Orbene, come ci richiamava lucidamente più di vent’anni fa la “Christifideles laici”, l’edificazione della Chiesa, ovvero la preoccupazione per il funzionamento e l’organizzazione interna della Chiesa, è compito innanzitutto dei consacrati, vescovi, preti, suore e, solo eccezionalmente, quasi come una supplenza , dei laici. L’identità e la missione specifica dei laici è “ordinare le realtà temporali secondo lo spirito evangelico”, ovvero star dentro le realtà temporali, le realtà mondane, per far sì che possano strutturarsi e organizzarsi a servizio dell’intera umanità. In altre parole, compito specifico dei laici è stare nel mondo con attitudini squisitamente evangeliche, per trasformare il mondo in Regno di Dio. Ma se i laici cattolici si rinchiudono nelle sacristie, o solo stanno in oratorio, per far giocare i bambini, inevitabilmente lo spazio socio-politico sarà occupato da personaggi chiaramente pervertiti e semplicemente assetati di potere, come ben conosciamo, sia lì che qui, e il demonio si servirà di tali figure per rendere il mondo un vero inferno per tutti noi. Purtroppo abbiamo dimenticato troppo in fretta un grande Papa (non a caso, lui non è stato ancora beatificato…) e molti suoi insegnamenti profetici, Paolo VI, il quale al n. 46 della “Octogesima adveniens” riconosceva che la Politica è una della forme più esigenti ed evangeliche di vivere la Carità cristiana; ma siccome noi non abbiamo molta affinità con la testimonianza e il martirio, abbiamo preferito organizzare lunghe vigilie di preghiera per chiedere a Dio la conversione dei nostri politici …
Ritornando più direttamente alla mia missione, oltre a questo lavoro parrocchiale, come molti già sanno, continuo, con più disponibilità il lavoro di coordinamento delle Pastorali sociali e della CPT in particolare. Da questo punto di vista, in questi primi mesi, inesorabilmente assorbito dalla nuova realtà parrocchiale, non ho potuto dedicare tutto il tempo che avrei voluto a questo segmento del mio lavoro. Ciò nonostante già abbiamo qualche piccolo segnale di animazione di questa parte occidentale della Diocesi dove abito, che precedentemente rimaneva un po’ irraggiungibile viste le distanze. In ogni caso la mia attuale collocazione geografica, decisamente centrale rispetto alla configurazione della Diocesi, mi permette di articolare meglio il lavoro di coordinazione, tenendo conto anche che, nella parte orientale, la presenza di Marcia è una garanzia per il prosieguo delle attività.

2 thoughts on “Dal Maranhão ci ricordano l’importanza dell’impegno sociale dei cattolici

  1. donambro 18 aprile 2011 / 3:16 pm

    Carissimo don Marco, la tua lettera, interessante e provocatrice come sempre mi lascia un paio di questioni aperte:
    – se sono i laici cristiani i chiamati all’impegno nel sociale e nel politico, perchè la coordinazione della pastorale sociale deve essere affidata a un prete?
    – dall’altra parte allora i religiosi dovrebbero essere gli unici a incaricarsi della catechesi per permettere ai laici di sviluppare al meglio la loro vocazione?
    Ti ringrazierei molto di poter chiarire ai nostri lettori queste due domande che mi sorgono spontanee.

  2. don Marco Bassani 20 aprile 2011 / 8:05 pm

    Carissimo don Ambrogio, innanzitutto grazie per le tue preziose domande, che, spero, ci aiutino a chiarire meglio quanto volevo dire.
    Quanto alla prima questione, il malinteso è stato generato da una mia semplificazione linguistica. Di fatto le Pastorali sociali, dal livello comunitario fino al livello diocesano, sono rigorosamente strutturate con coordinazioni proprie, gestite direttamente dai laici. In effetti il mio peso su quella diocesana è forse un po’ maggiore; in ogni caso la mia funzione è di assistente teologico-pastorale.
    Quanto alla seconda questione, che tu poni, la problematica in gioco è decisamente più ampia, pertanto la mia risposta sarà più articolata.
    Innanzitutto una premessa. Le mie collocazioni non sono mosse da preoccupazioni giuridiche (che cosa possono o non possono fare i laici dentro la Chiesa). In ogni caso, se fosse questa la questione di fondo, tu che mi conosci, sai benissimo che le mie posizioni non sono di chiusura, bensì di massima apertura. Tant’è che io non concordo con certe restrizioni o perplessità, per esempio della Congregazione per il Culto divino, circa le Celebrazioni della Parola presiedute dai laici. In ogni caso non è questa la mia preoccupazione. Ciò che mi premeva richiamare è essenzialmente ciò che il Papa Giovanni Paolo II richiamava verso la fine del 2° paragrafo della “Christifideles laici”: “In modo particolare possiamo ricordare due tentazioni, dalle quali, molto spesso, non abbiamo saputo sfuggire: la tentazione (dei laici) di interessarsi quasi esclusivamente dei servizi e delle funzioni ecclesiali, al punto di giungere ad una quasi totale abdicazione delle loro responsabilità specifiche nel mondo professionale, sociale, economico, culturale e politico; e la tentazione di legittimare l’indebita separazione tra la fede e la vita, tra l’accettazione del Vangelo e l’azione concreta nelle varie realtà temporali e terrene”. Approfondendo questa deriva degli ultimi vent’anni, il Papa esplicita al n. 23 che le funzioni soprattutto legate alla liturgia e all’annuncio della Parola, seppur legittime, sono pur sempre complementari e derivate dalla missione, che compete primariamente ai ministri ordinati o alle persone consacrate. Mentre al n. 15, riprendendo senza timori la “Gaudium et Spes”, il Papa riafferma che l’ambito di attuazione e, dunque, di santificazione dei laici è il mondo, con tutte le realtà ad esso connesse. Queste riflessioni mi stanno accompagnando da tempo, più o meno dalla nostra Assemblea diocesana dello scorso Novembre. A partire dal quel momento la mia Diocesi è attraversata da una forma di “schizofrenia”, soprattutto da parte di alcuni preti ultra-missionari; da un lato, pubblicamente fanno grandi proclami invitando i fedeli laici alla missione e all’evangelizzazione; dall’altro si rifiutano categoricamente di tematizzare questa evangelizzazione delle realtà temporali, tacciando questo processo di secolarizzazione e nascondimento del Vangelo, semplicemente perché non prevede solo la visita sistematica e ossessionante delle famiglie alla maniera dei pentecostali. Inoltre questo tipo di testimonianza profetica dentro le realtà in cui vivono normalmente gli uomini e le donne farebbe emergere troppi conflitti e ciò è da loro ritenuto anti-evangelico. Ma tutto questo processo non sarà l’ennesima, subdola scappatoia con cui il diavolo ci fa scaricare la Croce di Cristo?

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