L’Etiopia di Sergio e Lucia: la nostra esperienza a Guraghe

Sergio Pea e sua moglie Lucia, integranti del Gruppo Caritas Cassago Brianza ci fanno avere, secondo il loro consueto stile, un resoconto organico del loro viaggio missionario in Etiopia, di cui avevamo già pubblicato un estratto.

Quest’anno siamo andati in Etiopia.
La curiosità che ci aveva suscitato il racconto di monsignor Thomas Osman, attuale vescovo di Barentu’ in Eritrea, sulla regione del Guraghe in Etiopia, è stata la scintilla che ha motivato la nostra decisione di partire.
L’Etiopia, grazie alla sua storia millenaria, viene considerato il più antico stato africano e da noi viene spesso ricordato con il nome di Abissinia. Ha una estensione territoriale enorme più di 1.130.000 kmq. ed è abitato da più di 75 milioni di persone.
Mons. Thomas ci aveva caldamente suggerito di visitare la terra che lo aveva visto iniziare la sua prima esperienza di missione in terra d’Africa e dove aveva piantato le prime basi per la sua attività pastorale. Il contatto principale era con Mons. Musiè Ghebreghiorghis vescovo della Diocesi di Emdibir che è stata costituita 8 anni fa e che si trova a circa 300 km. a sud della capitale Addis Abeba.
Mons. Musiè è una persona veramente amabile, si mette a disposizione completa dei suoi ospiti e li assiste in tutte le loro necessità. Nel nostro caso, ci ha affidato a Paolo Caneva, missionario laico Fidei Donum, che vive in Etiopia ormai da più di sei anni, dove si è formata la sua famiglia con moglie e figlie. Paolo ci ha organizzato un lungo giro nelle missioni della Diocesi, in modo che ci si potesse rendere conto di persona delle varie realtà e delle attività che si svolgono sul posto.
Il territorio del Guraghe, ove si colloca la diocesi di Emdibir, è caratterizzato dall’aspetto prevalentemente rurale e non dispone di sufficienti infrastrutture. Inoltre non esiste una adeguata presenza dei servizi pubblici. E’ evidente che in tale contesto tutto quanto riguarda l’assistenza scolastica e sanitaria viene svolta dalla Chiesa cattolica tramite le proprie missioni che si avvalgono del supporto delle associazioni di volontariato.
La Diocesi di Emdibir occupa un territorio molto esteso dell’altipiano centrale e fin dal suo nascere ha dovuto gestire, tutta una serie di missioni che si sono costituite nel tempo e attorno alle quali si raggruppano i vari villaggi che sono distribuiti su un vasto raggio di territorio. Una nota particolare riguarda la chiesa vescovile che è una bella struttura in pietra affrescata all’interno da una grande quantità di dipinti che un pittore locale sta tuttora eseguendo, rappresentando scene del nuovo e antico testamento. All’interno della sede vescovile si trova anche una bella e accogliente casa per gli ospiti che vengono per aiutare nella missione.
A Emdibir si trova una grande scuola materna e primaria con una popolazione scolastica di circa 800 bambini. Tutti ben assistiti e curati nelle loro necessità, ma che rappresentano un quotidiano problema di carattere economico per le scarse risorse che hanno a disposizione. Esiste comunque un programma di adozione a distanza che gestisce circa 6000 bambini e che supporta sufficientemente le necessità dell’intero territorio. Ci siamo favorevolmente sorpresi nel constatare che gli aiuti provengono dalle più differenti parti d’Italia: Sicilia, Trentino, Friuli, Toscana, Valle d’Aosta, Piemonte, Puglia, Marche, Basilicata. Il che vuol dire che, da noi,il volontariato non conosce confini.
Esiste poi una confortante realtà che riguarda la preziosa collaborazione prestata da un grande numero di medici e infermieri che periodicamente vengono dall’Italia o da altri paesi europei a supportare il lavoro del personale degli ambulatori delle missioni e dei due ospedali della zona. Il loro lavoro rappresenta un grandissimo aiuto per la popolazione e, in termini di professionalità, fornisce un proficuo aggiornamento al personale locale.
L’attenzione della Diocesi è rivolta all’aspetto sociale della comunità, con particolare attenzione alla scuola, per elevare il grado di istruzione dei giovani, e alla sanità, per garantire una buona assistenza alle popolazioni che soffrono di molte malattie, alcune delle quali di carattere endemico.
Un capitolo a parte è rappresentato dall’assistenza alle partorienti che sono sempre in grande numero e che, con le strutture attuali, possono finalmente essere assistite in ambulatorio, piuttosto che far nascere i bambini nelle capanne con tutti rischi derivanti dalla scarsità di igiene. Purtroppo esiste il problema di come raggiungere la missione che a volte si trova a molti chilometri di distanza. Il percorso viene coperto a dorso di asino o con l’ausilio di improvvisate barelle fatte di pezzi di legno intrecciati con foglie di banano. Per le poverette si tratta di un vero e proprio calvario.
Due sacerdoti indiani, padre Daniel e padre Abraham, sono presenti nella zona per avviare una scuola di avviamento professionale e di agricoltura. La scuola è attrezzata con macchinari e strumenti vari. Però,in mancanza di energia elettrica e di acqua potabile, l’attività non riesce a decollare. Il terreno viene coltivato solo attorno alla loro abitazione. Il loro grande dispiacere è di avere dei mezzi a disposizione, ma di non poterli utilizzare in modo adeguato per mancanza di persone qualificate all’insegnamento e del minimo di infrastrutture necessarie al loro funzionamento. Comunque si danno da fare per quello che possono, svolgendo, nelle strutture appositamente costruite, corsi di inglese,computer, taglio e cucito.
La prima visita è stata fatta nel villaggio di Zizencho dove ci siamo fermati 4 giorni. Questo villaggio si trova a 2600 metri sull’altipiano centrale. E’ una zona piuttosto impervia da raggiungere, mentre durante la stagione delle piogge è quasi irraggiungibile. Il villaggio è retto da una comunità di quattro suore missionarie di origine indiana. Si occupano della gestione di una scuola materna, di una scuola primaria e di un dispensario per l’assistenza ai malati.
Sono suore molto umili che hanno come obiettivo e vocazione l’assistenza al proprio prossimo e a chiunque si trovi in uno stato di bisogno. L’assistenza medica viene fornita con mezzi molto limitati, perché non dispongono di attrezzature sanitarie adeguate e le medicine scarseggiano. Sebbene in condizioni alquanto precarie, le suore svolgono il loro lavoro con severa dedizione e grande professionalità e per tutti hanno un sorriso. In una sola notte sono nati tre bambini, e Sister Suraphila , la suora infermiera responsabile della clinica, non si è concessa una pausa, pur essendo in servizio dalla mattina precedente. Queste suore sono abituate a dedicarsi ai bisognosi senza sosta e con grande naturalezza. L’atmosfera che si vive all’interno della loro comunità è di grande serenità ed il risultato è di trovarsi in un inconsapevole coinvolgimento della loro attività. Ne è scaturito un piccolo episodio personale che ci ha sorpreso, ma anche entusiasmato. Un giorno abbiamo dovuto supportare una equipe medica di dentisti che per tutta la giornata si è dovuta arrangiare, per scarsità di mezzi, ad assistere una lunga e non prevista coda di pazienti che si era formata all’esterno dell’ambulatorio.
Il nostro giro di visite nei vari villaggi si è esteso per diversi giorni alle missioni di Burat, Meganasse e Getche che si trovano a parecchi chilometri di distanza fra di loro. Nella cittadina di Workite vi sono le suore della Consolata che si occupano della gestione di un progetto di assistenza alle persone anziane e indigenti. La casa è stata costruita dalla Caritas dell’Ossola e a partire da quest’anno, finalmente queste persone trovano ogni giorno un pasto caldo e la possibilità di accudire ai propri bisogni personali. Queste suore saranno poi destinate in una zona rurale dove attualmente è stata costruita una clinica e dovranno occuparsi di un insediamento di persone appartenenti alla etnia Gumus. Si tratta di una popolazione che vive ai margini dell’attuale società e che preferisce evitare contatti con altre etnie.
Tutte queste Missioni sono realtà molto attive, caratterizzate da impianti per le scuole materne e le scuole primarie con un numero impressionante di bambini. In ogni missione esiste un ambulatorio-clinica che si avvale, come già detto, della valente opera delle suore del posto e della collaborazione che prestano i medici che periodicamente arrivano dall’Europa. Le strutture, sia scolastiche che sanitarie, sono state costruite, in tempi recenti, dalle varie organizzazioni umanitarie e di volontariato. Forniscono alla popolazione un servizio indispensabile che, altrimenti, lo Stato non sarebbe in grado di garantire. Provvedono alla campagna di prevenzione sanitaria attraverso un programma di vaccinazioni a piccini e grandi. Sono di aiuto nell’insegnamento delle basilari nozioni di igiene e di comportamento personale. Vi sono parecchi casi di bambini denutriti che richiedono cure e assistenza particolare. Le congregazioni religiose (italiane, indiane) che inviano le proprie suore in queste missioni svolgono un’azione veramente meritoria. Si tratta di personale altamente qualificato e motivato al servizio del prossimo. Con la scarsità di vocazioni che si rileva attualmente, sarebbe un grosso problema se non si potesse mantenere il giusto ricambio generazionale.
In merito al servizio sanitario fornito dalle missioni, esiste il grosso problema che riguarda la fornitura dei medicinali. In Etiopia la legge prevede la fornitura esclusivamente tramite l’ente nazionale di distribuzione e approvvigionamento. L’eventuale importazione dei medicinali dall’estero è regolata in modo estremamente restrittivo e viene considerata antieconomica a causa delle tasse governative e dei costi di trasporto. I mezzi finanziari che ha a disposizione la Diocesi sono insufficienti, e provengono quasi esclusivamente dalle associazioni di volontariato. Non sempre viene garantita la continuità da parte degli sponsor, mentre almeno due missioni al momento ne sono sprovviste. Nei colloqui avuti con il vescovo, abbiamo considerato che al momento, nella graduatoria degli interventi, il problema del finanziamento alla voce “medicine” riveste la massima priorità. Diventa indispensabile quindi escogitare un sistema di finanziamento che ne garantisca la continuità di approvvigionamento. Da parte nostra abbiamo suggerito la formazione di un coordinamento fra le diverse strutture che possa compensare gli squilibri che derivano da una gestione individuale delle cliniche. Però il problema centrale e più evidente è la mancanza di soldi, per cui sono tutti attivati per la ricerca di nuovi sponsor nell’ambito delle associazioni di volontariato..
Alla fine del nostro giro nelle missioni in Etiopia, dobbiamo arrivare ad una riflessione conclusiva. Abbiamo rilevato che il problema centrale, che si pone in queste missioni, come in generale per tutta l’Africa, è rappresentato dalla mancanza di una qualsiasi forma di autonomia finanziaria. Il tutto viene gestito con le risorse che provengono dalla generosità dei benefattori europei, in particolare italiani. Se dovesse mancare o dovesse ridursi questa forma di sostentamento, buona parte della popolazione che ruota intorno alla diocesi di Emdibir, così come di altre realtà simili, sarebbe ridotta alla fame. E’ come trovarsi sulla riva di un fiume che scaturisce da una non precisata località, ma che fornisce acqua in quantità, a volte abbondante, a volte con minore intensità. Noi dirigiamo questa diversa quantità d’acqua nelle direzioni di maggior bisogno, in canali e rigagnoli disposti secondo le diverse necessità, ma non sappiamo per quanto tempo potremo usufruire di questo bene. Forse inconsapevolmente speriamo che, come tutti i fiumi, il flusso di acqua non debba mai esaurirsi. Sappiamo anche che la quantità dipende molto dalle stagioni e dal clima. Quindi tutta la situazione si basa su una struttura alquanto aleatoria e precaria.
Considerando l’attuale situazione economica italiana che è pervasa da una logorante crisi e da uno stato di precarietà nei finanziamenti alle varie associazioni di volontariato, ci chiediamo per quanto tempo questa situazione possa essere sostenibile. E’ una amara ma realistica constatazione che dobbiamo porci e che soprattutto dobbiamo evidenziare ai nostri assistiti. L’obiettivo più urgente da considerare è l’alternativa che queste popolazioni si devono porre nel sostituire uno stato di evidente dipendenza economica ad uno stato di sufficiente autonomia. Ovviamente un concetto del genere presuppone un programma serio e coordinato che coinvolga le forze sociali del posto. Inoltre deve esistere la volontà precisa di perseguire l’obiettivo con iniziative imprenditoriali serie e durature. Infine si deve sviluppare nella popolazione, cominciando dai più giovani, un senso di appartenenza alla società che li stimoli ad essere orgogliosamente dipendenti da se stessi e non dal mondo esterno. In particolare noi, cosiddetti ”benefattori” dobbiamo modificare il nostro comportamento nei loro confronti adottando un atteggiamento più realistico e meno “buonista”.
A questo proposito può essere significativo l’avviso che un valente medico italiano, che è anche un grande conoscitore dell’Africa, ha fatto affiggere all’interno della casa degli ospiti della clinica di Meganasse e che testualmente dice:
“Caro visitatore, noi bambini di Meganasse ti saremmo grati se ci insegnerai a non elemosinare. Purtroppo, in passato, visitatori della missione hanno creduto di farci del bene distribuendo soldi, vestiti, caramelle, penne, cioccolatini ed altri regalini vari. Così ci siamo abituati a chiedere, appena vediamo un “ferengi” (straniero) uscire dalla missione e lo accompagniamo ovunque, pur di ricevere qualche regalo. Questo alla fine non ci piace poi tanto per cui ti chiediamo, nel caso tu avessi qualche regalo per noi, di lasciarlo alle suore della missione. Loro ci conoscono bene e sanno come ed a chi distribuire i regali senza creare favoritismi o tensioni fra di noi. I bambini di Meganasse ti ringraziano.”
Ricordiamo anche un colloquio che ci è stato riferito diversi anni fa in Kenya. Un missionario si lamentava con l’allora vescovo di Nyeri della riduzione dei finanziamenti da parte dei suoi sponsor. I soldi si riducevano di anno in anno e si prospettava, entro breve tempo, una mancanza totale di mezzi. La risposta del vescovo fu immediata: “finalmente noi africani troveremo il modo di cavarcela da soli.”
Questo messaggio ci pare significativo e di grande istruzione per noi. Esso riassume il concetto di un modo di agire che riteniamo debba rivedere il nostro spirito di solidarietà nei confronti di questi popoli. Il nostro auspicio è che i nostri aiuti siano finalizzati ad un impegno costruttivo che li incentivi a creare economia locale ed a evitare un permanente assistenzialismo. Solo così possiamo sperare di operare nel migliore interesse dei popoli africani.
Lucia e Sergio
28.feb.2011

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