Riccardo Giavarini: l’eco delle parole di Gesù nel carcere di san Pedro

Pareti dallo spessore di un metro e 20 cm, alte una ventina di metri e lunghe tutto un caseggiato, sono un “parcheggio umano” di 1200 persone. Si tratta del carcere San Pedro di La Paz. E proprio dalle sue dimensioni fisiche (dovrebbe ospitare non più di 700 persone) e organizzative comincia il programma di “privazione” di questo penitenziario. Per chi ha commesso un qualsiasi reato, i diritti umani più elementari sono non solo ristretti ma annullati, a partire da quello di poter vivere sotto un tetto o di avere un briciolo di privacy, di potersi muovere liberamente all’interno di un recinto o di poter dormire senza che chiunque possa svegliarti, o comunque avere la possibilità di fare una qualsiasi scelta propria non direttamente condizionata dal manganello o dalla misura repressiva di turno. Qui il carcere è ancora sinonimo di non vita, di luogo che annulla la persona, che neutralizza l’ azione, il pensiero, la volontà.
All’interno di questo carcere sono reclusi anche adolescenti e giovani tra i 16 e i 21 anni. La legge proibisce esplicitamente che questi ragazzi convivano insieme agli adulti ma per mancanza di strutture, soldi, personale adeguato e volontà politica, vengono tutti ugualmente ammucchiati in un medesimo spazio e in condizioni che minano pesantemente dignità e voglia di vivere.
Io insieme ad altri abbiamo costituito un gruppo di persone che da due anni si impegna in questo carcere per prestare attenzione soprattutto a questa fascia di età, con il proposito di mantenere appunto accesa in loro la speranza e la voglia di vivere.
Si tratta di 99 ragazzi, sparpagliati nei vari reparti di questo carcere. Ormai li conosciamo e loro ci conoscono. Tanto che i livelli di confidenza e di rapporto schietto sono ormai espliciti, ci parlano con naturalezza e con distacco di quello che succede lí dentro e da questi racconti appare chiaro ed evidente quanto le vittime degli abusi siano proprio loro, i più deboli. Ci confessano che droga e alcool sono facilmente reperibili. O con i soldi o vendendo il proprio corpo a chi ha ormai perso ogni rispetto per la dignità umana. Lo stato di corruzione delle guardie é sotto gli occhi di tutti ma se ti azzardi a denunciare o a parlarne in giro sei fatto oggetto di aggressione e di castigo. Quindi l’unico modo per poter “vivere in pace” é quello di assecondare tutto e tutti.
Molti ragazzi raccontano che nel loro cibo viene messo un qualche calmante che li tiene intontiti per ore dopo ogni pasto. La vita notturna in carcere non sembra invece del tutto “noiosa”. C’é la possibilità di andare a vedere un film anche pornografico o di giocare alle scommesse (e a volte le scommesse si pagano in natura).
Nonostante la legge indichi che entro un certo periodo la situazione legale di chi entra in carcere debba essere chiarita o con una condanna o con la scarcerazione, molte sono le persone -e qui anche i più giovani non fanno eccezione- che restano mesi e anni senza sentenza, senza sapere nulla della loro sorte. Perché sono i poveri fra i poveri, arrivano da famiglie disintegrate, perché sono figli abbandonati che hanno avuto la strada come scuola di vita, che non hanno il padrino che paga un avvocato e che per il 93 % non avranno mai diritto a un processo perché nessuno si fa carico delle loro spese legali, come ha dichiarato il dott. Tomás Molina, direttore a livello nazionale di Regime penitenziario, in un’intervista rilasciata ai mezzi di comunicazione locale.
Tutto questo mentre, nell’angolo del nostro io, risentiamo l’eco delle parole di Gesù quando dicono: “ero in carcere e sei venuto a trovarmi…”; “Io non ti condanno, vai e cambia di vita”; “Chi non ha peccato, scagli la prima pietra…”; “Sono venuto a salvare i peccatori e non i giusti …”; “Facciamo festa perché questo figlio era perso ed é ritornato a casa …”.
Parole che dovrebbero essere un piano di lavoro per tutti noi. Cosa faremmo infatti ciascuno di noi se non avessimo una famiglia e fossimo costretti a vivere sulla strada? Come faremmo noi a riempirci la pancia se non avessimo un lavoro? Come faremmo a difenderci se non sapessimo leggere né scrivere? Con che stato d’animo potremmo lavorare la terra se le davanti a noi si chiudessero tutte le porte e ci sentissimo urlare in faccia disgraziato, bastardo, inutile, pezzente? Queste le sfide a cui ci chiama il lavoro con questi adolescenti. Con loro stiamo cercando di fare dei percorsi educativi sulla loro autostima, sulla necessità di mettere al centro la persona e il proprio diritto a essere trattati come tali, ad avere l’occasione di esercitare i diritti e i doveri dei cittadini, di scontare la pena ma come occasione di riabilitazione e di reinserimento nel mondo che li ha rifiutati.
Grazie anche al sostegno della solidarietà italiana, spagnola e tedesca, abbiamo costruito un Centro dove, attraverso il lavoro, lo studio, la professionalizzazione, un accompagnamento psicologico, legale e con la presenza di educatori motivati, crediamo poter dare ali a questi giovani per superare l’oceano dell’indifferenza e arrivare a porti più ospitali.
Non possiamo infatti dimenticare che le cause di queste situazioni vanno ricercate anche nelle famiglie in crisi, in un governo che accantona il sistema sociale per mettersi al servizio di una economia che non conosce nel suo vocabolario la solidarietà, nell’indifferenza di ciascuno di noi che preferiamo passare dall’altra parte della strada per non inciampare nel disagio, nella mancanza di politiche pubbliche e di un’organizzazione sociale basata sull’attenzione a chi oggi é escluso.

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