Siamo forse gli ultimi? Quattro chiacchere fra ‘vecchi e temprati’ fidei donum

Scrive Felice Tenero da Belém do Sao Francisco -Floresta
Essere in una diocesi in cui quase metá dei preti sono fidei donum italiani é un raro privilegio. Siamo sette preti fidei donum: Il vescovo, due sacerdoti di Novara, due di Verona, uno di Mondoví e uno di Alba. Una varietá e una ricchezza invidiabile. Attorno ad un tavolo, in una serata di luna piena, abbiamo scambiato qualche idea sul futuro dei preti fidei donum, sullo scambio tra chiese, su come stiamo vivendo la missione delle chiese che ci inviano. Mi é sembrato interessante raccogliere qualche idea sorta tra noi.
Sono quattro chiacchere… e alcune provocazioni… che possono essere utili.

“Mi sembra di percepire, dice dom Adriano, che la chiesa italiana assomiglia molto alla società italiana: una società invecchiata che cerca di mantenere con i denti ciò che ha, incapace di aprirsi al futuro e alle novitá della vita. Cosí é un po’ la chiesa, preoccupata di non perdere ciò che ha. Una chiesa imbavagliata dalla paura di perdere, incapace di aprirsi e i cui preti, soprattutto i giovani, spesso appaiono poco coraggiosi e non molto disponibili a partire per la missione”. “Basta pensare, aggiunge padre Giovanni, che qui a Floresta nessuno di noi, preti fidei donum, pensa di avere, da parte delle proprie diocesi, forze giovani che ci sostituiranno. Siamo forse gli ultimi? Stiamo diventando gente strana ed in estinzione?”. “Inoltre, continua padre Felix, in questi ultimi anni il clero brasiliano sta crescendo molto, numerosi sono i giovani che entrano in seminario e divengono sacerdoti, mentre in Italia il clero diocesano sta diminuindo ad alta velocità. Quale sarà il futuro dei fidei donum italiani?”. “E’ proprio vero afferma Pe. Giorgio, la mia diocesi è da anni che non invia qualcuno, io sono l’ultimo arrivato, ed è più di quindici anni che sono qui”.

Una brezza leggera rinfresca la nostra serata e inonda piacevolmente i nostri corpi, dopo una intensa giornata di sole e di calore. Qui nel sertao semiarido i trenta gradi sono la normalità di tutti i giorni. E con un buon bicchiere di vino la conversazione prosegue toccando punti scottanti dello scambio tra chiese.
“Io, riprende padre Giovanni, non mi sento molto accompagnato dalla mia diocesi. Non so se essa ha un progetto di missione. La mia diocesi è piccola e forse in sè non ha la forza di progettare. Qualche anno fa, avevamo proposto che le diocesi di Alba, Mondovì Saluzzo, Cuneo…si unissero per un progetto comune di cooperazione e scambio tra chiese, ma finora, mi sembra che non si sia fatto nulla”. Quale progettualità? Quale accompagnamento per l’oggi?
“Io sono proprio fortunato, incalza 0adre Felix, la mia diocesi, sta facendo un ottimo lavoro di accompagnamento e di progettualità, devo riconoscerlo e ne sono grato. Però questa attenzione è rivolta soprattutto ai quattro/cinque progetti diocesani, mentre diventa più difficile progettare e accompagnare esperienze di fidei donum, che da parecchi anni sono in missione e che hanno deciso di rimanervi tutta la vita. E’ un fatto che da noi, a Verona, quasi metà dei fidei donum è in missione con progetti propri e da molti anni, senza un impegno di sostituzione”. “E sì, guardiamoci bene in faccia, dice don Adriano, qui tutti noi abbiamo una certa età, è da parecchi anni che siamo in missione e forse, se Dio vuole, ci rimaniamo tutta la vita”. “ Pare quasi, riprende padre Felix, che ci siano tipi diversi di fidei donum: chi rimane un tempo minimo: qualche anno; chi rimane un tempo sufficiente: una decina di anni e chi tutta la vita. Una ricchezza di diversità che stimolano a chiederci: che senso hanno tutte queste esperienze; qual è la loro peculiarità?
Che progettualità e accompagnamento richiedono? Che scambio possono realizzare?”.
“E noi, ‘vecchi’ fidei donum come potremmo essere utili per costruire un ponte di scambio e di comunione reciproca tra chiese?”, si domanda padre Antonio.
Al che, dopo un minuto di silenzio e un sorso di buona grappa veneta, qualcuno avanza qualche proposta, che padre Felix sintetizza così:
“Un servizio che possiamo fare alle nostre diocesi di ínvio é quello di offrire la nostra presenza ed esperienza di ‘vecchi e temprati’ fidei donum . Perché non inviare studenti di teologia, qualche giovane prete o qualche sacerdote che vuole fare un anno sabbatico, a vivere con noi un período prolungato. Passare alcuni mesi, uno o due anni, è un’ottima occasione per fare esperienza e cogliere sul campo la bellezza della missione. Ciò potrebbe aiutare ad aprire la mente e il cuore a situazioni di oppressione e povertá, farebbe sperimentare concretamente altri modelli di chiesa, e renderebbe capaci di dialogare com nuove culture. E’ un grande servizio, per una società e chiesa italiana sempre più chiamata ad essere multietnica e multiculturale. E’ tempo di coraggio, è tempo di nuove esperienze ed aperture!”.

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