Vicissitudini di un nuovo parroco. Nell’ufficio della Parola di Dio

Scrive don Alberto dell’Acqua: il 30 gennaio scorso, dopo ormai 5 mesi dal giorno in cui mi era stata affidata la nuova parrocchia e durante la sua prima festa patronale, abbiamo celebrato anche il mio ingresso ufficiale in quanto suo primo parroco. Una messa molto partecipata e ben animata e un “pranzo” (un po’ di riso o di “boule” – una specie di polenta italiana, ma senza sale –, un intingolo per dare loro sapore e l’immancabile bili-bili – la “birra” di miglio prodotta in casa) preparato dalla gente e condiviso tra tutti i partecipanti, ha fatto in modo che tutti rientrassero soddisfatti, dimenticandosi (come capita spesso anche in Italia) che, dopo la festa, occorre anche rimettere in ordine il tutto e dando così l’occasione al nuovo parroco di rimproverare ufficialmente per la prima volta tutta la comunità la domenica successiva.
Vi posso raccontare altre “chicche” (tra le tante) di questa mia nuova missione:

– un giorno, nello studio che la comunità mi ha affittato, si presentano due donne (a una delle quali temevo le si “rompessero le acque” di lì a qualche minuto) che mi chiedono di spiegare loro che tipo di ufficio è il mio, perché hanno saputo che è arrivato un “bianco” in quartiere e mi vedono ogni giorno là. Io dico loro che sono un prete cattolico e che risiederò qui fino a quando non sarà pronta la casa parrocchiale che è in costruzione. Sorridendo, una delle due esclama: “allora questo è l’ufficio della Parola di Dio!”. Non ho potuto che sorridere anch’io, confermando ciò che lei aveva ben intuito.

– un altro giorno, si presenta Awa, una musulmana che, nonostante la sua giovane età, ha già vissuto esperienze più grandi di lei. Mi chiede di farle imparare qualche preghiera cristiana, perché vede che quelle musulmane non riescono a soddisfarla come vorrebbe rispetto a ciò che chiede a Dio (in questo momento la sua richiesta più forte è quella di trovare un lavoro). La invito a recitare una delle sue preghiere che ripete cinque volte al giorno. Lei la recita, in arabo, così come l’ha imparata a memoria alla scuola coranica. Le chiedo di tradurmela e lei (così come la maggior parte dei musulmani africani) mi dice che non sa cosa vogliano dire le parole che recita. Allora le dico che cercherò una traduzione francese delle sue preghiere, così che possa capire ciò che essa dice quando prega, prima di parlarle della preghiera cristiana. Le do quindi un altro appuntamento e nel congedarla le dico che, comunque, anche la preghiera cristiana non esaudisce tutte le nostre richieste, ma che come quella musulmana, ci aiuta a capire che la più grande richiesta che possiamo fare a Dio è quella di saperci affidare a lui, chiedendo di saper fare la sua volontà (e non Lui la nostra), che sicuramente è il bene più grande per noi. Penso proprio che lunedì prossimo Awa tornerà.

La terza è invece una storia triste:

Bonaventure è un altro giovane che avevo conosciuto qualche mese fa e che mi confidava che qualcuno doveva avergli fatto qualche “sorcellerie” (“stregoneria”) visto che non capiva come mai non stesse bene da un po’ di tempo a questa parte. Per questo, mi chiede una benedizione. Gli domando se è battezzato e se ha ricevuto la comunione e la cresima. Mi dice di sì, ma che da tempo non riceve i sacramenti.
Cerco di fargli capire che la più grande benedizione che posso offrirgli contro il male sono una buona confessione e la comunione. Lui rifiuta e io accetto di dargli la “piccola” benedizione che mi chiede, ricordandogli però che lui sta rifiutando la “grande”, mentre comincio ad intuire che mi sta nascondendo qualcosa. Infatti, dopo due mesi il male ritorna, forte, e ora si capisce bene che non è dovuto a una “fattura”, ma all’AIDS che è scoppiato e che lo sta “mangiando”.
La sua “sfortuna” ora, come quella di tanti malati di AIDS in Camerun, è che avendo il governo camerunese usato “male” (…è un eufemismo!) i soldi ricevuti da organizzazioni americane e svizzere per la lotta contro questa malattia, queste ultime hanno per un certo tempo sospeso tutti i finanziamenti (che da poco sono ripresi). Interrompendo in questo modo la “catena”, siamo ora nel momento in cui il Nord del Camerun non è ancora globalmente raggiunto dagli antiretrovirali necessari e nemmeno dai reagenti chimici che permettono di valutare il grado della malattia. Per questo Bonaventure (e tanti altri nelle sue condizioni) è ricoverato da mercoledì all’ospedale e, forse, lunedì prossimo (ne dubito!) potrà fare l’esame che gli permetterà di mettersi “in coda” per ricevere gli antiretrovirali di cui ha bisogno.
Intanto si è deciso a confessarsi, a ricevere la comunione e oggi gli ho amministrato l’Unzione dei malati: che il Signore gli dia la forza di tirare fino a lunedì o fino a quando arrivano i farmaci!

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