Faresti 40 Km a piedi per dire: “Grazie per ieri”? In Benin lo fanno

Cari Amici, spero che stiate tutti bene e che quel desiderio di missione sia sempre vivo. Vi scrivo da Wansokou, un piccolo villaggio che si trova nel nord del Benin, dove mi trovo per far visita ai missionari fidei donum pugliesi qui presenti e organizzare quella che sarà l’esperienza per alcuni giovani italiani ad agosto.
Attorno a me foresta verde che va pian piano ingiallendosi per via del soffio dell’ Armattan, un vento caldo che brucia di giorno ma fa rabbrividire la notte. Passeggiando per strada si riescono a scorgere solo i tetti di paglia delle capanne, perché le piantagioni di mais ancora rimaste le coprono interamente … chissà come sarà ad agosto in piena stagione delle piogge. Nelle notti di luna piena, la gente ne approfitta per stare attorno al fuoco a ridere e bere, i ragazzini restano in ascolto dell’anziano del villaggio, seduti ai suoi piedi, memorizzano briciole di tradizione che loro stessi racconteranno alle future generazioni. Altri ancora cantano e danzano senza stancarsi, quasi volendo accompagnare la luna lungo il suo tragitto, per tutta la notte. Attorno a questo piccolo villaggio ne sorgono altri 19 almeno, ancora più piccoli e più lontani dalla città, appartenenti a diverse etnie: ci sono i Wamà, i Ditammarì, i Peell. Ognuno di loro conservando la propria tradizione, vive in pace con gli altri e alcuni fra loro sono diventati cristiani compiendo davvero delle scelte forti e non semplici ma liberanti. Alcuni villaggi durante le piogge non sono più raggiungibili per via della pessima strada e spesso molti di loro restano fermi per mesi senza poter comunicare con gli altri ma questa forse è una mia lettura da occidentale a cui sembra impossibile non potersi muovere da un villaggio per mesi, per loro non sembra un grave problema. Si nutrono di ignam, che somiglia alla patata ma ha il sapore di castagna e lo cuociono in mille maniere: lo arrostiscono per mangiarlo “in piedi” al campo durante la pausa oppure lo fanno bollire e lo accompagnano con tipiche salse molto piccanti. Carne poca, qualche pollo ogni tanto, il maiale solo nelle feste grandi. Adesso sono nel periodo di raccolta e il cibo non manca, c’è anche molta frutta. Nei mesi di Giugno e Luglio, però, si fa la fame, il cibo finisce, le scorte si esauriscono e fino a metà agosto si aspetta che l’ignam sia pronto, frutta non se ne trova e sono davvero dei mesi difficili per questa gente. Quasi tutti i bambini vanno in giro nudi e le donne si coprono solo dal ventre in giù, forse per il caldo o più per il rapporto che hanno col proprio corpo, parte di un creato che vive nel creato, senza i filtri di un panno addosso che ne impedirebbe questo continuo contatto.

In mezzo a tutto questo sorge la semplice missione dei fidei donum della diocesi di San Severo, che sono arrivati lì 15 anni fa e che adesso si apprestano a spostarsi in altre zone del Benin. Don Francesco e Don Leonardo sono i due responsabili della parrocchia, che sono succeduti a Don Amedeo, P. Gianni e Don Leonardo, i primi ad insediarsi. Saranno loro ad ospitarci e guidarci durante la nostra visita ad agosto.
Fenne na yerika” in lingua wamà vuol dire “Grazie per ieri”, perché secondo questa gente non basta dire grazie sul momento, ma occorre percorrere tutta la distanza di un giorno di cammino per ringraziare veramente l’altro. Occorre sudare per dimostrare all’altro la reale gratitudine. Una mattina, si è recata al dispensario medico una giovane donna, con due bimbi al seguito. Veniva dal villaggio più lontano della missione, a circa 20km. Aveva bisogno di curare uno dei due bimbi da un’infezione e chiedeva al padre missionario aiuto per questo. Lui, dopo aver valutato il caso, ha fatto somministrare le cure per il piccolo, ha dato le medicine necessarie e ha congedato la madre che ha fatto ritorno già nel pomeriggio al proprio villaggio (20km ad andare e 20 a tornare, a piedi ovviamente!!). L’indomani, poco dopo colazione, rieccola alla porta della missione, con un uovo in mano, solo un semplice uovo in mano. Lo ha messo tra le mani del padre dicendo: “Fenne na yerika, mon pere!” e girandosi fece ritorno a casa (altri 40km).
Non credevo ai miei occhi e per quanto io possa viaggiare e credere di conoscere l’Africa e il “suo modo di fare” ne resto sempre affascinato ed innamorato.
Fenne na yerika”. Non ho avuto dubbi, per cui su quale nome dare all’esperienza del prossimo agosto in Benin, proprio questo! Grazie per ieri, con l’augurio che anche per noi giovani italiani, questo viaggio sia occasione per imparare a dire “Grazie per ieri” alla nostra vita!
Alex

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