Mese di ottobre: spunti di un missionario non per caso

Don Marco Bassani, Fidei Donum in Brasile, si definisce “missionario non per caso”.
Oggi ha inviato ai suoi amici una lunga riflessione ai suoi amici per l’inizio dell’ottobre missionario.
Riporto la parte che mi sembra più bella e rilevante.

Se Gesù fosse entrato tranquillamente nella cerchia dei farisei o dei sadducei, non avrebbe percepito radicalmente il legalismo dell’ebraismo dell’epoca. Se avesse frequentato tranquillamente Ponzio Pilato o Caifa, non avrebbe respinto le tentazioni di Satana nel deserto. Ora, queste attitudini di Gesù non sono, né possono essere, considerate casuali (una tra le tante), né opzionali (Lui ha fatto così, io posso seguire un’altra strada per entrare nel Regno). In realtà, noi sappiamo che tutto ciò che Gesù ha detto e, soprattutto, fatto, è il percorso, che ci è offerto per ricevere la Salvezza.
Alla luce di queste riflessioni, una domanda appare insistentemente nella mia coscienza: come Chiesa, nel suo insieme, è questa la nostra preoccupazione primaria? Possiamo dire che, normalmente, pur ammettendo le debite eccezioni, i cattolici sono identificati per questa modalità di stare nel mondo, per questa attitudine di fronte alla società, ovvero per il mettersi dentro e dalla parte delle vittime e degli esclusi? Chiaramente non voglio negare gli esempi meravigliosi di molti Santi, conosciuti e non, ma ciò che mi preoccupa è l’attitudine “normale” dei cattolici “normali”.
Ebbene, non so se è perché, invecchiando, peggiora la mia cecità, ma non vedo la Chiesa identificata con e da queste attitudini.
Condividendo un piccolo esempio maranhense, noi stiamo tentando articolare il Progetto della Missione Continentale, lanciata dal Papa quando è venuto in Brasile nel 2007. L’intento sarebbe rivedere tutti i modi di essere dei cattolici attuali, perché i cattolici tornino ad essere, autenticamente, discepoli di Gesù di Nazareth, in modo da essere anche testimoni, autentici e credibili, di Lui. Orbene, la mia più grande sofferenza, in questo momento, come Coordinatore della pastorale diocesana, è trovare un punto di partenza minimo per avviare la suddetta verifica. In realtà le uniche realtà, di cui riusciamo a parlare nelle nostre riunioni, sono sempre e solo: la liturgia e la catechesi. Chiaramente, anche i catechisti e le equipes di liturgia dovranno convertirsi, per entrare nella nuova prospettiva di Aparecida; però, come possiamo pensare di ri-evangelizzare l’America Latina (e l’Europa non ne ha bisogno…?), sempre e solo, parlando di liturgia e catechesi? Senza voler misconoscere queste due realtà fondamentali per la vita della Chiesa, mi chiedo: perché nei nostri “incontri in Parrocchia” riusciamo a mettere a tema solo, o prevalentemente, queste due realtà? Non dovremmo, forse, nelle suddette riunioni, o nella stessa liturgia, o nella catechesi, discutere di come nella società ci schieriamo dalla parte delle vittime e degli esclusi? E chi sono, dove vivono, le vittime del sistema in cui viviamo? Come ci stiamo mobilizzando e aiutando per intervenire su queste strutture (qualcuno ricorda ancora le strutture di peccato? Ah sì, l’unica rimasta sono le coppie di fatto …)? Non spetta forse a noi, cristiani battezzati, stare dentro la politica, l’economia, il tempo libero, la sanità, la scuola, con lo stile e gli atteggiamenti di Gesù, per trasformare tutte queste realtà “mondane” in Regno di Dio? E qual era il modo, lo stile di Gesù?
Perché i Vangeli ci presentano Gesù il più delle volte in situazioni di conflitto? Con chi si scontra Gesù? Ancora una volta, questi conflitti sono causali (a Lui è andata così), oppure dipendono dal Suo/nostro modo di stare dentro la società? E noi siamo “normalmente” in conflitto, per difendere i valori del Regno? Oppure per difendere meschinamente i nostri interessi personali, o per scaricare frustrazioni più profonde?

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