Haiti: Maddalena Boschetti ed i “suoi” bimbi vivi per miracolo

La Port-au-Prince che avevo conosciuto non esiste più.
La città che mi aveva accolto e che avevo imparato ad amare, vivendo i momenti tragici degli ultimi anni a fianco della gente, è ridotta al dolore dei sopravvissuti, alle sofferenze indicibili dei feriti e dei loro famigliari e ad un mucchio di macerie. Martedì 12 gennaio sembrava una giornata normale, senza grandi novità, tranquilla, come quelle a cui mi stavo piano piano abituando tornando in capitale dalla provincia per le normali attività. Questa volta ero venuta con due piccoli e le loro madri, due bimbi con problemi di salute tali che avevamo optato per meglio aiutarli ai medici e agli ospedali della capitale. Da un anno ho lasciato i bambini della casa famiglia dove ho vissuto per sette anni nelle mani di altri responsabili e quando torno in capitale i momenti di tranquillità li passo con loro. Alle 16.50 circa nel foyer i bambini erano già dentro la casa; i trenta bimbi ospiti, fra i quali solo cinque in grado di camminare, avevano preso posto nel refettorio, pronti a cenare. Mi stavo preparando a dare da mangiare a due dei più piccoli: un maschietto, Emmanuel, di circa 5 anni, ed una femminuccia, Micheberline, fra i tre e i quattro anni, entrambi immobilizzati da una tetraparesi dalla nascita; simpaticissimi e intelligenti, affettuosi come non mai, è soprattutto a loro che mi dedico quando sono presente all’ora dei pasti. Avevo sistemato le due carrozzine davanti a me, seduta su di una panca, all’interno del refettorio, con tutti gli altri bimbi e quattro adulti. All’improvviso, in circa un minuto, è successo il finimondo.

All’improvviso, in circa un minuto, è successo il finimondo.
Inizialmente si è sentito un brontolio, cupo, sordo, pauroso, proveniente dalla terra e contemporaneamente la terra ha iniziato a tremare. Poi una pausa, il tempo di cercare gli sguardi degli altri e subito il sussulto ha ripreso, molto più forte e tutti quelli che potevano sono scappati all’aperto urlando e pregando. Poi il peggio: delle scosse laterali fortissime, nelle quali il terreno si spostava sotto i piedi e tutto e tutti erano scaraventati via, a terra. Tutto è volato via, brutalmente . Tutto si frantumava. Tutto cadeva e rotolava. Si sono scoperchiati i tombini esterni per la violenza delle acque che volevano uscire, in casa l’acqua dei bagni ha inondato il pavimento, i tubi si sono rotti, così come la cisterna sul tetto della casa, che ha iniziato a rovesciare acqua a frotte tutt’intorno. Rumore di vetri infranti, scricchiolii e urla.

Lo spettro della morte.
Cinque anni fa, nei momenti più caldi della guerra civile, proprio qui a Port-au-Prince, delle “chimè” incontrate per strada mi hanno puntato in faccia una pistola, guardandomi, indecise se spararmi o no. Ricordo bene quel momento: credevo che mi avrebbero sparato e ho ancora coscienza del fatto che in quel momento, guardando la pistola che avevo davanti agli occhi, non sono riuscita a pensare a niente, se non al fatto che mi avrebbero sparato e che stavo per morire. Invece mi hanno lasciata vivere. Martedì sera ho creduto di nuovo di stare per morire, ma ho avuto la grazia di una lucidità diversa: non sono corsa fuori, ho voluto rimanere con i bambini che non potevano cercare scampo, e ho protetto con il mio corpo Emmanuel e Micheberline e se avessi potuto li avrei protetti tutti. Quando tutto è finito mi sono trovata in piedi, abbracciata ai due piccoli in carrozzella, e sentivo la mia voce dire “Gesu’” e i bambini piangere. Tutto intorno il caos, che piano piano ha preso la forma di voci, di pianti di urla che venivano da lì, dal foyer, dagli altri bambini, dagli adulti ma anche da tutte le case intorno, da tutta la città. Tutto era sottosopra, scaraventato via da una forza immane, distrutto. Nonostante nella camera accanto i letti di ferro siano volati via, nonostante tutto quello che abbiamo visto intorno a noi, nessuno dei bambini del foyer si è fatto nulla. Io credo sia stato un miracolo.

Il miracolo della vita
Così come credo sia stata una grazia “preparata” e voluta la mia presenza qui con i bambini in questi giorni. Subito dopo le scosse non volevano lasciarmi; i cinque che camminano mi seguivano ovunque, dovevano toccarmi fisicamente, anche solo tenere un lembo della camicia. Da quando tutto è successo hanno bisogno di vedermi e sapere dove sono, dormo con loro all’aperto, nel giardino, dove ci siamo dovuti rifugiare; mi aspettano durante la giornata. Credo che la mia presenza accanto a loro, assolutamente non prevista né prevedibile nei giorni precedenti sia “traccia” dell’amore di Dio per loro. E’ Lui che li ha salvati, è Lui che non ha voluto attraversassero questo momento da soli. Affermo tutto questo cosciente di poter essere fraintesa, ma chi mi conosce sa che non mi interessa parlare di me, ma di Lui e del Suo Amore per gli uomini, da proclamare soprattutto in questo momento. Con tutto il mio essere proclamo il suo Amore per ogni uomo, soprattutto per coloro che sono nella sofferenza. Non è Lui che desidera la sofferenza dell’uomo, Lui le dà un senso, Lui dà all’uomo la forza di portarla; Lui non la spiega, la attraversa e la trasforma in Sua Gloria e permette a noi di fare altrettanto. Lui è qui, al nostro fianco, Lui è in noi, in tutti questi feriti, in questi padri e madri che piangono, in questi bambini piagati; Lui è in noi, che cerchiamo di lenire le sofferenze e i dolori dei fratelli, lasciando la sofferenza e il dolore e l’impotenza colpire anche noi; Lui è qui, Uomo dei dolori che ben conosce il soffrire. Non ci lascia soli con il nostro dolore, lo ha già preso su di sé. Ecce Homo: ecco l’Uomo. Piano piano stanno prendendo i contatti anche i bambini ritornati in famiglia. Il primo che subito sono andata a cercare è stato David: la sua casa è crollata, ma sta bene e con la mamma e le due sorelline era all’aperto, come tutti. L’ho portato al foyer, e fino a ieri è rimasto con noi. Ne mancano all’appello ancora, i più lontani.

Orrore e solidarietà
Farò di tutto per trovarli. Ho fatto il possibile per tenere i piccoli lontano dall’ospedale, perché quello che abbiamo visto nell’urgenza in questi giorni ed in queste notti è stato orribile.
La comunità camilliana si è prodigata in ogni modo per accogliere e servire i feriti che sono affluiti in questi giorni. I medici presenti e tutto il personale sanitario e no sono stati infaticabili nel prestare il loro operato. Tutti noi viviamo all’aperto da quando il disastro è successo, dormiamo e mangiamo fuori, restando all’interno solo se necessario. I muri, tutti di cemento armato, sono in piedi, con crepe di cui non sappiamo ancora valutare l’importanza. Tutti noi avvertiamo continuamente la sensazione di cadere a terra, soprattutto al chiuso, certamente legata allo shock, ma motivata anche dalla successione di scosse di assestamento, anche molto forti, che si susseguono continuamente. Non riusciamo a comunicare facilmente. Il mercoledì mattina a piedi sono andata a cercare notizie di sr. Luisa. Non sapevamo niente, se non che lei e le sue consorelle erano in una zona molto colpita. Attraversando la zona popolare dove abitano, vedevo case crollate e gente che scavava a mani nude e cadaveri ai bordi della viuzza che stavo percorrendo; da tutte le parti macerie. Le ho viste già da lontano, tutte affaccendate a curare i feriti nella zona di soccorso che avevano improvvisato davanti alla porta di casa, all’aperto, nel poco spazio a disposizione.

La Chiesa di Port-au-Prince è decimata.
L’arcivescovo e il suo ausiliare sono morti, la cattedrale distrutta. Molte chiese, seminari e facoltà teologiche sono crollate, provocando un numero tragico di vittime anche fra i giovani in formazione. Quasi tutte le comunità religiose hanno subito vittime e moltissime opere, orgoglio da anni della chiesa locale, sono andate distrutte. Intere zone della città non esistono più. Sono solo macerie. Non è facile trovare accesso a certi quartieri, non è facile riconoscere le strade. I cadaveri sono ovunque. L’odore ammorba l’aria e la gente si copre il naso e la bocca con mascherine o con fazzoletti o con stracci. Buona parte degli ospedali e delle farmacie sono inagibili. Ecco, desideravo farvi avere una voce, una parola per iniziare a farvi partecipi di quello che è accaduto e di come l’ho vissuto io. Vi abbraccio tutti e vi ricordo al Signore. Vi chiedo di pregare per questi bimbi, per i feriti e i sofferenti, i morti, per questo popolo e per tutti noi che il Signore ha chiamato a dire il Suo Nome condividendo la vita di questa gente.

Maddalena Boschetti è una missionaria laica consacrata inviata ad Haiti dalla diocesi di Milano

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