Figura e identità del sacerdote, oggetto di riflessione nell’anno sacerdotale

Nota di don Giuseppe Angelini.
Venerdì 19 giugno, giorno della festa del Sacratissimo Cuore di Gesù, è iniziato anche l’anno sacerdotale, indetto da Benedetto XVI prendendo occasione dal 150° anniversario della morte del santo Curato d’Ars. Tale anniversario è però, con tutta evidenza, soltanto un’occasione; l’attenzione della Chiesa tutta, la sua
riflessione e la sua preghiera, doveva essere richiamata al tema del ministero del sacerdote in forza di argomenti obiettivi e urgenti. Il tema del sacerdote è di rilievo assolutamente centrale per farsi un’idea del destino complessivo del cattolicesimo del nostro tempo.
Se dovessimo affidarci ai criteri suggeriti dalle proiezioni statistiche, dovremmo concludere che la Chiesa sta per finire. Fino ad oggi infatti ha potuto sussistere solo grazie al ministro dei preti. Grazie, più precisamente, a una precisa figura di sacerdote: celibe, dedito dunque al ministero a tempo pieno. Pieno era non soltanto il tempo dedicato dal sacerdote al ministero; pieni erano anche la cura, il cuore, la mente, i pensieri, le energie tutte dedicate al ministero.
Dal punto di vista della legge canonica la figura del prete non è cambiata, certo. E tuttavia sempre più frequenti sono le riserve elevate ad alta voce nei confronti di quella figura di prete. Qualche sospetto nasce anche a proposito della tenuta di quella figura di sacerdote nella coscienza dei giovani sacerdoti. Con certa frequenza i sacerdoti anziani esprimono nei confronti di quelli giovani un sospetto, che abbiano – per così dire – una doppia vita: la vita del ministero e la vita privata. Ma perché, si obietterà, non dovrebbe essere lecito a un prete avere una vita privata? Probabilmente, occorrerebbe intendersi in maniera più precisa a proposito del significato di tale espressione. In ogni caso, la questione non è che cosa sia permesso e che cosa no, ma che cosa giovi. Che un sacerdote abbia il diritto, e anzi il dovere, di momenti di rapporto personale, e anche di amicizia, suoi personali, che non possono essere ridotti alla figura di momenti del ministero, è evidente. E tuttavia la sua missione, e dunque la sua figura di ministro della Chiesa, deve certo connotare tutti i suoi rapporti. Questo oggi non pare accadere sempre; e se non accade, non è a motivo di una decisione consapevole di diverso genere, ma in conseguenza di un’incapacità obiettiva di vedere come l’identità sacerdotale possa connotare tutti i momenti della vita.
* * *
L’immagine convenzionale del sacerdote pare sempre meno capace di valere come modello persuasivo per il sacerdote di oggi. Illustra con grande efficacia questo scarto proprio il caso di san Giovanni Maria Vianney. La figura di sacerdote che egli illustra, con la sua vita effettiva e anche con i suoi scritti, appare molto enfatica; riconosce al sacerdote il rilievo di pietra di fondamento della vita cristiana tutta.
Illustra con efficacia tale figura il ritratto che Benedetto ne fa nella Lettera per l’indizione dell’anno sacerdotale; da essa emergono anche le ragioni di inattualità che la figura di sacerdote da lui proposta comporta, Quando don Giovanni Maria andò ad Ars, la parrocchia aveva 230 abitanti. Il suo vescovo subito lo avvertì che avrebbe trovato, oltre a numeri scarsi, una situazione religiosa complessiva
molto compromessa; essa non sarebbe stata però una difficoltà insuperabile: «Non c’è molto amor di Dio in quella parrocchia; ma voi ce ne metterete». Questa raccomandazione, che è insieme una rassicurazione, suppone chiaramente che il prete abbia un potere così grande, di riportare cioè la fede in una parrocchia ormai raffreddata nell’amore di Dio.
Il curato d’Ars di fatto molto credette nella possibilità di convertire la parrocchia, e di fatto la sua opera propiziò questo risultato.
Mio Dio, accordatemi la conversione della mia parrocchia; accetto di soffrire tutto quello che vorrete per tutto il tempo della mia vita!”, fu con questa preghiera che iniziò la sua missione; ricorda Benedetto XVI nella sua lettera per l’indizione dell’anno sacerdotale.
Il Curato d’Ars non convertì soltanto la sua parrocchia, riuscì invece a riportare alla pratica religiosa, alla confessione e alla devozione, moltissimi francesi che venivano anche da lontano.
Lo stile effettivo del ministero sacerdotale del curato d’Ars corrispondeva molto precisamente a un’immagine del sacerdote e della vita cristiana in genere, la quale molto faceva dipendere appunto dal ministero del sacerdote; quasi tutto. Benedetto XVI nella sua lettera cita un altro testo, che sottolinea con grande enfasi il rilievo decisivo del prete:
Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina.
E riferisce poi anche queste altre parole del Curato d’Ars, che ripropongono in termini assai espliciti la visione del sacerdote quasi come un altro Gesù Cristo: Tolto il sacramento dell’Ordine, noi non avremmo
il Signore. Chi lo ha riposto là in quel tabernacolo? Il sacerdote. Chi ha accolto la vostra anima al primo entrare nella vita? Il sacerdote. Chi la nutre per darle la forza di compiere il suo pellegrinaggio? Il sacerdote. Chi la preparerà a comparire innanzi a Dio, lavandola per l’ultima volta nel sangue di Gesù Cristo? Il sacerdote, sempre il sacerdote. E se quest’anima viene a morire [per il peccato], chi la risusciterà, chi le renderà la calma e la pace? Ancora il sacerdote…
Dopo Dio, il sacerdote è tutto!…

L’immagine qui proposta appare decisamente “esagerata”, profondamente segnata dalla tradizione dionisiana, che ha la sua origine negli scritti dello pseudo-Dionigi, La gerarchia celeste e La Gerarchia ecclesiastica. Nella prospettiva dello pseudo-Dionigi la gerarchia ecclesiastica è assimilata alla gerarchia celeste: il principio e la sorgente della grazia è posto in cielo e solo dal cielo essa scende sulla terra. Quel principio è mistico, nel senso che precede e trascende le cose che accadono sulla terra; la grazia non passa per il dramma umano.
Se tentiamo di tradurre questi principi rarefatti in termini più concreti, dobbiamo dire pressappoco
così. Il sacerdote riceve la grazia necessaria al suo ministero, la forza e insieme le istruzioni necessarie, mediante la preghiera e i sacramenti da lui stesso ricevuti; non attraverso la pratica del rapporto coi fedeli, né attraverso l’ascolto della loro parola e la partecipazione alle loro vicende. La grazia raccolta in cielo sarebbe solo in seconda battuta diffusa sulla terra senza dipendere dalla terra. Appunto questa visione “verticale” – se così possiamo esprimerci – della figura del sacerdote spiega la celebrazione ammirata della sua solitudine, o forse meglio della sua autarchia.
La visione “verticale” del sacerdote ignora un aspetto, che viceversa non può essere ignorato: ogni sacerdote è espresso da una comunità cristiana; egli apprende il senso e il valore del proprio ministero attraverso le evidenze dischiuse dal suo rapporto con i fratelli. Per approfondire tale aspetto, sarebbe interessante considerare come Gesù forma i suoi discepoli in vista della futura missione apostolica: Ne fece Dodici perché stessero con lui, e anche per mandarli a predicare (Mc 3,14s). La scuola dell’apostolato è anzi tutto la pratica del rapporto fraterno intorno a Gesù; proprio stando con lui notte e
giorno, e stando insieme tra loro, i discepoli imparano a conoscere la distanza tra i loro pensieri e i pensieri del maestro.
Tornando all’immagine “verticale” del sacerdote, che il curato d’Ars mostra di condividere, occorre notare che egli certo si rende bene conto dello scarto tra tale immagine quasi celeste e l’immagine che il sacerdote ha di sé nella sua coscienza. Il suono esagerato che assumono gli apprezzamenti mistici del sacerdote è spiegato dicendo che «lui stesso non si capirà bene che in cielo». L’immagine dunque sacra e mistica del sacerdote è semplicemente sostituita all’immagine più empirica, segnalata da una certa cultura, e anche da un determinato carattere psicologico.

Fonte: bollettino Parrocchiale san Simpliciano

One thought on “Figura e identità del sacerdote, oggetto di riflessione nell’anno sacerdotale

  1. donambro 21 agosto 2009 / 7:30 am

    L’articolo di don Giuseppe Angelini, è interessante nella parte di analisi critica del documento papale, ma mi sembra un profondo teologo come lui potrebbe aiutarci di più a tracciare profili viabili di vita sacerdotale per l’attualità. Su questo c’è bisogno di molto di più.

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