Povertà, Parola e Vita comunitaria, caratteristiche determinanti dell’essere cristiano

Scrive don Marco Bassani dal Brasile

Misurare tutto in termini qualitativi significa, per me, preoccuparsi, sempre e innanzitutto, della “qualità” della semente, che collochiamo in questo terreno speciale, che chiamiamo Vita. Di fatto il Vangelo ci dice, chiaramente e ripetutamente, che la nostra missione di cristiani è di continuare a seminare, ripetutamente, la semente del Vangelo, così come si colloca il lievito nella farina per farla lievitare. Non spetta a noi fare i conti con il prodotto finito, che sia esso un campo di grano maturo o una folla riunita per gridare: Gesù è il Signore! E’ il Signore il padrone della messe; solo Lui sa, come e quando, raccogliere i frutti.

In realtà se volessi parlarvi in termini di successi umani, troppo umani della mia attività missionaria, potrei farlo senza difficoltà (strutture costruite, mete economiche raggiunte ecc..). Chi mi ha visitato, li ha visti e molti di voi potrebbero considerarli motivo di soddisfazione. Personalmente non me la sento di considerare tutto ciò “spazzatura”, come dice S. Paolo in Filippesi 3,4-8; certamente non mi sento felice per queste conquiste “umane”, perché ho dei forti dubbi circa la loro qualità evangelica, ossia non so quanto la gente sia cresciuta nella fede realizzando queste attività. Certamente i più intelligenti penseranno, leggendo queste righe: “Ma perché hai fatto cose in cui non credevi, che ritenevi quantomeno inutili?”; perché nella mia funzione istituzionale avevo dei margini di manovra limitati e comunque dovevo rendere conto ad una Chiesa, la nostra, di noi cattolici “normali”, che comunque si aspettava queste cose da me. Dico ciò, non per giustificarmi, anzi riconosco tutta la mia debolezza, ma di fatto questa è la realtà della nostra Chiesa ed io ne faccio parte a pieno titolo. Detto ciò non posso tralasciare di approfondire questa questione.
(…)
Qui sta il dramma, per me, come missionario, ma prima ancora come prete, anzi come cristiano, ovvero cosa significa essere cristiano cattolico? Chi è il cristiano cattolico? Da queste parti, dove pullulano le sette pentecostali pseudo-cristiane, si usa dire che, quando uno non è niente, dice di essere cattolico; ossia quando uno non ha niente che lo definisca e non ha nessun impegno preciso, si autodefinisce cattolico. E, per principio dico io, non lo si può contestare, perché la Chiesa Cattolica qui, ma non solo, rimanendo in questa posizione indefinita, può ospitare al suo interno tutto e il contrario di tutto.

Il problema, come ben capite, non è accettare il peccatore pentito; questo non è un problema, anzi sarebbe un segno dell’autenticità della Chiesa. Il problema è che posizioni e stili di vita completamente opposti, anzi antagonisti, convivono tranquillamente dentro la nostra Chiesa, senza che ciò sia messo a tema e contestato. I martiri e i mandanti del loro martirio (Mons. Oscar Romero non è dichiarato santo, perché alcuni Vescovi salvadoregni lo considerano la causa della guerra civile, che fece più di 100.000 vittime); contadini sfruttati e i loro fazendeiros; i neri di tutte le latitudini e le milizie paramilitari di Rio de Janeiro o della Padania; la signora perbene, che legge in Chiesa tutte le domeniche e la domestica sfruttata a Dom Pedro o a Olgiate Olona; il buon impresario edile della Brianza o della bergamasca e il filippino, che lavora “regolarmente” in nero. E chi più ne ha più ne metta. L’elenco potrebbe continuare all’infinito, ma il problema è sempre lo stesso: chi è il cattolico? Che cosa fa il cattolico? Come si deve vivere per essere identificati come cattolici?

Come capite questo dilemma che sto lanciando dalla missione, non è specificamente o esclusivamente “missionario”, bensì attinge tutta la nostra Chiesa, più o meno in tutte le parti del Pianeta; anzi se potessi dilungarmi ulteriormente, apparirebbe chiaramente che, gran parte delle distorsioni della religione latinoamericana, non sono altro che amplificazioni e accentuazioni del “pessimo lievito” dell’evangelizzazione coloniale fatta dalle “cattolicissime” Spagna e Portogallo, in nome e su mandato del Papa.

Se la situazione è tanto confusa e caotica, come ne veniamo fuori? La Chiesa Cattolica come tale, e non solo come casi specifici e isolati, potrà ancora essere un’esperienza di Vangelo vissuto o è destinata, inesorabilmente, ad essere solo la portavoce del Vangelo? Sicuramente sì; e questa certezza viene dalle esperienze concrete che tutti noi conosciamo e che, in silenzio, cercano di vivere innanzitutto la fedeltà ai valori del Vangelo. A partire da queste esperienze concrete penso sia necessario recuperare alcune parole d’ordine, per farle diventare sempre più “pane quotidiano” per chi accetta e vuole essere un cristiano cattolico. Per quello che ho capito finora del Vangelo le parole d’ordine penso siano: vita comunitaria (ossia spazi di condivisione tra fratelli di fede con l’assunzione diretta di responsabilità da parte di tutti, spazi questi ispirati semplicemente dai valori del Vangelo, per mostrare alla società che “un altro mondo è possibile”); povertà (ossia impegnarsi ciascuno da parte sua a vivere solo dell’essenziale, rinunciando sempre più al superfluo, per poter guardare il mondo e ricostruire il mondo a partire da chi è più povero); Parola (di Dio; letta, studiata e meditata, personalmente e comunitariamente, per purificare sempre le nostre realizzazioni umane alla luce dello Spirito del Padre e di Gesù).

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