Missione fase tre: la consegna

La missione veneziana nella diocesi di Nyahururu sta entrando nella terza fase: quella della riconsegna alla Chiesa locale.
Ne è convinto don Paolo Ferrazzo, direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale missionaria, di ritorno dal suo secondo viaggio in Kenya, svoltosi dal 6 al 17 luglio scorsi. L’intento era quello di visitare i sacerdoti veneziani presenti nel paese africano, don Giacomo Basso e don Mario Meggiolaro; e di avere colloqui con il vescovo di Nyahururu mons. Luigi Paiaro e gli altri preti fidei donum padovani.
La riconsegna
Tre, per don Paolo, gli obiettivi di questo viaggio. Il primo, appunto riguarda la fase tre della missione in Kenya. «E’ quella della consegna. E’ una fase delicatissima, che può durare molti anni: si tratta di consegnare al clero locale le parrocchie aperte da noi, a 50 anni dalla presenza dei missionari di Padova e a 20 dall’arrivo dei veneziani». In questo tempo si è formato anche un clero locale sempre più preparato: attualmente sono una cinquantina di sacerdoti, dei quali una ventina fuori diocesi per studiare (a Venezia abbiamo imparato a conoscere don Agostino).
“Consegnare” non significa chiudere, «ma orientarsi – spiega don Ferrazzo – ad avviare una collaborazione sempre più stretta con il clero locale, fatta di stima e di crescita del dialogo, in vista di un loro coinvolgimento sempre più forte. Dal mio punto di vista questa è la fase più positiva della missione, perché la cooperazione con quella Chiesa diventa sempre più concreta».
P. Sebastian ad Ol Moran
Ad Ol Moran, dove si trova la missione veneziana, questa strada è stata già imboccata. Un sacerdote africano, p. Sebastian, anche se in pensione, ha accettato di andare a vivere nella parrocchia di S. Marco e collaborare con don Giacomo. Valutare come sta andando era il secondo obiettivo del viaggio del direttore dell’Ufficio missionario veneziano. «E’ stata una sorpresa, per me, trovare p. Sebastian contento e disponibile, entusiasta di questa collaborazione. E anche per don Giacomo l’esperienza è positiva e sta riuscendo».
Vista la distanza tra i due missionari veneziani – don Mario, a Isiolo, è a circa 700 km di distanza e in mezzo c’è un deserto… – don Paolo ha invitato i due sacerdoti veneziani a mantenere migliori contatti, almeno telefonici ed epistolari, cosa che sta già avvenendo.

L’emergenza siccità
Il terzo obiettivo consisteva nel rendersi conto delle difficoltà che sta vivendo la parrocchia di Ol Moran e i progetti che si possono attivare. «Un problema sempre più grave è quello della siccità: sono tre anni che non piove regolarmente; e nell’ultimo anno le precipitazioni sono ancora meno. La prima conseguenza è la fame, visto che i campi non danno frutti. Per far fronte a questa emergenza umanitaria impellente, bisogna provvedere del cibo che possa essere dato in cambio di lavoro».

Scuola buona per tutti
Ma non bisogna nemmeno dimenticare, per don Paolo, il progetto che quella Chiesa ha di far crescere la cultura, favorendo la frequenza della scuola da parte di tutti i giovani. E don Giacomo, su questo, sta puntando moltissimo. «Ho visto il progetto, ormai già quasi realizzato grazie all’aiuto della Chiesa di Venezia, di una casa per lo studente realizzata a Ol Moran, che darà ospitalità a 80 giovani delle superiori», racconta don Ferrazzo. «Provenendo dai villaggi vicini, per loro è l’unico modo per frequentare la scuola. E ho constatato anche come la scuola superiore del villaggio sia sempre più curata, grazie anche alla costruzione di nuove aule da parte della parrocchia. Una scuola bella può attirare docenti migliori, che accettano di venire a insegnare lì».

La missionarietà dei laici
Una positiva sorpresa, per il direttore dell’Ufficio missionario, è venuta dal constatare come sia cresciuta la missionarietà dei laici della parrocchia di Ol Moran. Si tratta di quelli che hanno frequentato corsi di formazione sui quali i nostri sacerdoti in questi anni hanno investito. «Hanno deciso di visitare i villaggi più lontani della missione; e loro stessi hanno deciso che bisogna fare qualcosa per quelle realtà: costruire aule e cappelle. L’iniziativa, questa volta, non è partita dal missionario e questo è un fatto molto positivo», racconta il direttore dell’Ufficio missionario.

Nuove forze
Ora don Paolo ritiene che a Venezia si debba pensare a come la nostra diocesi possa creare continuità in questa cooperazione tra Chiese, inviando altri sacerdoti e laici pronti a lavorare in quella realtà. «E’ necessario, anche per sostenere la dimensione missionaria della nostra Chiesa». E poi «bisogna pensare a come questo scambio tra Chiese possa avere un impatto positivo sul nostro clero e il nostro laicato. Così come è cambiato il volto dei parrocchiani di Ol Moran, così si deve vedere che è cambiato il volto della nostra Chiesa in senso missionario».

Fonte: Gv online.

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