Scomunica e Dialogo: commento di Marcelo Barros

In questo mese di marzo, le comunità cristiane popolari celebrano la preziosa memoria del martirio di mons. Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato da militari legati al governo del Paese. Il crimine è stato quello di aver consacrato la sua vita alla difesa intransigente dei più poveri e perseguitati dal regime. Oscar Romero ed Hélder Câmara sono stati i vescovi latinoamericani che più si sono impegnati a mettere in pratica il rinnovamento della Chiesa proposto dal Concilio Vaticano II (chiuso nel 1965) e da loro attualizzato per l’America Latina nella famosa Conferenza dei vescovi di Medellín (1968).

Da allora, molte cose sono cambiate nella Chiesa e nel mondo. Nella sua commovente lettera circolare del 2009, dom Pedro Casaldáliga comincia citando il cardinal Martini, ex arcivescovo di Milano, che, in un libro-intervista, ha dichiarato di non avere più gli stessi sogni rispetto al rinnovamento della Chiesa. Dom Pedro ne contestualizza il significato e spiega: “Lui e milioni di persone nella Chiesa sognano un’‘altra Chiesa possibile’ al servizio dell’‘altro mondo possibile’”.

Infatti, in Brasile, grazie a Dio, continuiamo ad avere esempi di vescovi – tanto fra i più anziani, quanto fra i più giovani – semplici, senza poteri né averi, aperti al dialogo con il popolo, sensibili nei confronti dei poveri e che, pur in una congiuntura sfavorevole e a volte contraria, cercano di seguire gli orientamenti del Concilio Vaticano II, come faceva ed esortava a fare mons. Romero.

Vanno in senso contrario a questo spirito due diverse notizie che hanno sorpreso il popolo brasiliano. Dom José Cardoso, arcivescovo di Olinda e Recife, ha scomunicato pubblicamente medici, infermieri e persino la madre di una bambina di nove anni che, incinta di due gemelli, è stata sottoposta ad aborto chirurgico clinicamente raccomandato e d’urgenza. Secondo il medico, sarebbero morti sia lei che i figli se non si fosse fatta l’operazione. Poiché l’arcivescovo Cardoso ha condannato i medici e non una parola ha detto sul patrigno che ha stuprato la bambina, i giornalisti gli hanno chiesto conto delle sue affermazioni. Egli ha risposto: “Lo stupro è un crimine meno grave dell’aborto”.

Negli stessi giorni, a João Pessoa, l’arcivescovo dom Aldo Pagotto ha sospeso dal sacerdozio padre Luiz Couto, deputato federale fra i più votati nello Stato, perché questi ha dichiarato in un’intervista di essere favorevole all’uso del preservativo e alla possibilità del matrimonio per i sacerdoti (celibato libero e facoltativo). E proprio in questo momento il padre Couto, coordinatore della Commissione dei Diritti Umani che indaga sui crimini dei gruppi di sterminio, è minacciato di morte dagli squadroni alla frontiera dello Stato, i cui membri, la settimana passata, hanno già ucciso il vice-presidente del Pt (Partito dei Lavoratori) in Pernambuco.

I mezzi di comunicazione hanno commentato questi casi, in generale, parlando di una Chiesa che sta attraversando un “periodo di tenebre” (Alberto Dines) o che fa ritorno a un regime dell’inquisizione, e così via. Non è giusto. A parte il fatto che la Chiesa è una realtà molto più grande e complessa, questi due vescovi non rappresentano il modo di essere e di agire della maggioranza dei vescovi brasiliani. Molti di essi sono conservatori, ma non crociati di un’ideologia assolutista confusa con il Vangelo.

Al tempo di mons. Romero, la proposta della Chiesa era quella di passare da questa cultura della scomunica, per tale o tal’altra questione, ad una posizione radicale di dialogo. Papa Paolo VI diceva che il dialogo è stato iniziato da Dio e che tutto si dovrebbe cercare di risolvere, in primo luogo, con il dialogo. Ha avuto grande successo in tutto il mondo un libro intitolato “Dall’anatema al dialogo” di Roger Garaudi.

Dall’alto dei suoi ottant’anni e oltre, nella sua lettera alle comunità dom Pedro Casaldáliga riafferma: “Come Chiesa vogliamo vivere, alla luce del Vangelo, la passione ossessiva di Gesù, il Regno. Vogliamo essere Chiesa dell’opzione per i poveri, comunità ecumenica e anche macroecumenica. Il Dio nel quale crediamo, l’Abbà di Gesù, non può essere in nessun modo causa di fondamentalismi, di esclusioni, di inclusioni fagogitanti, di orgoglio proselitista. Smettiamo di fare del nostro Dio l’unico vero Dio. ‘Mio Dio, mi lasci vedere Dio?’ (…). La Chiesa sarà una rete di comunità oranti, (…), una Buona Novella di vita, di libertà, di comunione felice, di misericordia, di accoglienza, di perdono, di tenerezza, samaritana al fianco di tutti i cammini dell’umanità. Continueremo a fare in modo che si viva nella prassi ecclesiale l’avvertimento di Gesù: ‘Fra di voi non sia così’ (Mt 21,26). L’autorità sia servizio”

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