Congo, l’impotenza dell’Occidente

Le milizie di Nkunda tengono sotto scacco le forze governative e i peacekeepers Onu che resistono intorno a Goma.
Il leader dei ribelli tutsi Laurent Nkunda si è reso disponibile ad avviare un negoziato di pace con il governo e si impegna a rispettare il cessate-il-fuoco proposto dalle Nazioni Unite se anche Kinshasa farà lo stesso. Lo ha riferito l’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo, inviato speciale dell’Onu, al termine di un incontro con Nkunda. Nella regione del Nord Kivu però i combattimenti non cessano.
Il mondo sta fallendo nel suo compito di assistere i civili innocenti nella Repubblica Democratica del Congo. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno portato in Consiglio di Sicurezza le richieste di Alan Doss, il capo della Missione Onu (Monuc) per un’implementazione delle forze di peacekeeping: altri 3mila uomini dovrebbero raggiungere i 17mila già presenti nel paese centrafricano. Ma il tempo passa…

Due cadaveri putridi messi di traverso sulla strada che porta a Kibati rappresentano la macabra “linea di confine” che dà inizio alla zona controllata dagli uomini di Laurent Nkunda. Sono i corpi di due soldati dell’esercito regolare di Kinshasa, uccisi negli scontri di mercoledì alle porte della città che si trova a pochi chilometri da Goma, la capitale del Nord Kivu, obiettivo di conquista dei ribelli tutsi. Si tratta di un monito che, tradotto in parole, suona: “Venite, vi aspettiamo. Ma questa sarà la vostra fine”. Le milizie Cndp (National Congress for the Defence of People) sono vicinissime a Kanyabayonga e Nkunda vorrà prenderla a tutti i costi. Kanyaboyonga si trova a circa 170 chilometri da Goma e la sua importanza strategica è nota anche agli uomini dell’Onu e a quelli di Kinshasa che hanno rafforzato il loro contingente. Chiunque controlli la città, crocevia fondamentale per la regione, controlla i rifornimenti, le comunicazioni e il commercio del Nord Kivu. Sebbene il portavoce dei Caschi blu assicura che la città sia ben protetta, voci provenienti dalle fila del Cndp fanno sapere di aver già raggiunto la città senza incontrare alcuna resistenza. Anzi, secondo Bertrand Bisimwa – fedelissimo di Nkunda -, molti soldati regolari sarebbero scappati all’avanzata delle milizie tutsi.
Intorno a Goma, invece, l’esercito guadagna terreno ai danni dei ribelli, respingendoli 5 chilometri più a nord. Adesso la linea del fronte è appena a nord della città, giusto dietro due colline strategiche occupate dall’artiglieria e dai cecchini dell’esercito.

L’Alto Commissariato per i Rifugiati Onu (Unchr), da giorni ormai, sta chiedendo che i rifugiati del campo di Kibati vengano trasferiti altrove. L’estrema vicinanza al fronte comporta continue incursioni da parte dei soldati dell’esercito che saccheggiano e derubano i pochi beni di cui sono in possesso i profughi rifugiati all’interno del campo. Da quando il conflitto si è riacceso, in agosto, centinaia di civili sono morti durante gli scontri a fuoco. E 250mila sono gli sfollati costretti a lasciare le loro case. Nonostante lo squilibrio delle forze in campo, i circa 6mila uomini del generale Nkunda riescono a tenere in scacco le forze di Kinshasa, le milizie filogovernative e gli uomini dell’Onu. Il presidente Joseph Kabila ha accusato diverse volte il presidente del Ruanda Paul Kagame di sostenere e le truppe ribelli. Anche se a Kigali hanno sempre rispedito le accuse al mittente, sono in molti a sostenerlo, anche in Occidente. Laurent Nkunda non sarebbe altro che il terminale di multinazionali (per lo più di paesi anglofoni, Usa, Gb, Sudafrica) usato, per il tramite ruandese appunto, per prendere il controllo delle diverse miniere sparse nel ricchissimo sottosuolo del Nord Kivu: oro e diamanti, ma soprattutto niobio (usato per i microcip dei ns PC, cell…) (di cui é ricco anche l sottosuolo dell’Amazzonia, ricordate …ne era stato fatto SOLO un’accenno subito dopo l’omicidio di suor Dorothy Stang) coltan e cassiterite.

Altro effetto collaterale di questa guerra subdola, con interessi economici e commerciali fortissimi, è l’impennata di sequestri di giovani tra i 15 e i 18 anni per costringerli a combattere. La cifra dei 3mila bambini soldati presentata da Save the Children prima di quest’ultima crisi è destinata a essere drammaticamente aggiornata. Diverse sono le testimonianze di ragazzini presi davanti alle scuole e abbandonati in fosse scavate nel terreno fino a quando non avessero indossato l’uniforme e imbracciato le armi. “Se ti rifiuti di combattere, ti sparano. Se tenti di fuggire, ti sparano. Quando ero nelle loro mani non facevo altro che aspettare di morire e che tutto fosse finito”. L’autore di questa testimonianza ha solo 15 anni. Ed è riuscito a scappare, per fortuna.

Nota inviata da Marco Bassani, autore ignoto

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