Riflessione di don Marco Bassani per il mese missionario

Carissimi amici,

spero che stiate tutti bene. Io globalmente non posso lamentarmi; del resto la vita non é una passeggiata romantica. Colgo l´occasione di alcune sollecitazioni a scrivere qualcosa per il mese di Ottobre, il mese missionario, per mettere a fuoco alcuni pensieri che mi sono passati per la testa in questi ultimi tempi; in particolare in occasione di una due giorni di formazione promossa dalla mia Diocesi, per approfondire il Documento conclusivo del CELAM 5. Come forse giá sapete, questo importante incontro dei Vescovi dell´America Latina e dei Caraibi ha fatto un´analisi molto profonda e puntuale sulle situazione delle nostre Chiese qui in America Latina e, di fatto, ha lanciato una nuova grande missione continentale, per ri-evangelizzare (qualcuno direbbe evangelizzare ex novo) queste terre, che stanno assistendo ad un rapido, quanto drammatico, processo di secolarizzazione e paganizzazione.

Il nostro incontro é stato guidato da pe. Fabrizio Meroni, docente di Teologia a Belem e mio antico compagno degli incontri vocazionali (per chi non l´avesse capito stiamo parlando del secolo scorso…).

Il ragazzo ne ha fatta di strada ed ha avuto la grazia di partecipare, come perito teologico, ai lavori del CELAM 5; purtroppo avendo anche lui il peccato originale di quasi tutti i teologi, ossia la presunzione di possedere la veritá, ha peccato un po´ di arroganza nella sua esposizione, irritando non pochi uditori, in particolare qualche suora post-moderna. Detto ció va´ detto che certamente ci ha aiutato a fare una analisi profonda del malessere e della crisi della Chiesa Cattolica, soprattutto qui in Brasile.

Io non pretendo presentarvi la sua ricca esposizione, perché sarebbe realisticamnete impossibile. Per la nostra riflessione vorrei peró partire da un inciso del suo discorso, quando, tra le cause della crisi, citava le fragili motivazioni di missionari che “sono partiti dall´Europa nel post-Concilio, fuggendo da una Chiesa in crisi, quella europea, cercando in America Latina la Chiesa progressista e la lotta per l´emancipazione dei poveri”; queste sono piú o meno le parole da lui usate. Tutto ció a suo dire avrebbe sostituito la genuina e unica preoccupazione che dovrebbe animare sempre e qualsiasi missionario: l´annuncio di Gesú Cristo e del suo Vangelo.

Senza raccontarvi tutti i miei percorsi mentali, chi mi conosce un po´ immediatamente percepisce che questo tipo di provocazione non poteva lasciarmi tranquillo. Di fatto é a partire da questa provocazione e dalle riflessioni susseguenti che vorrei proporvi questa mia riflessione per questo mese missionario.

Per quanto un uomo percepisca le sue motivazioni, conscie e inconscie, posso certamente dire di “non essere fuggito” (tra l´altro varie volte con il Card. Martini e don Franco Brovelli abbiamo messo a tema questo pericolo). Detto ció io confesso apertamente che in un modo o nell´altro pensavo di incontrare una Chiesa, bisognosa di preti, ma piú avanti nell´interpretazione e nell´attuazione del Concilio, soprattutto per quanto riguarda la povertá dei mezzi e delle infrastutture pastorali, la corresponsabilitá dei laici nell´evangelizazione e la famosa “opzione preferenziale per i poveri”.

Chi accompagna queste mie lettere “dal fronte” ne ricorderá qualcuna, forse un po´amara, in cui manifestavo il mio disincanto nel contatto diretto con la realtá. Adesso credo che praticamente sia sparita l´amarezza di quella scoperta, ma grazie a Dio é aumentato l´amore e la passione per questa gente che, a suo modo, il Signore mi ha affidato. Prova ne é il fatto che, finora, non ho mai “sognato”, neanche di notte, un mio ritorno in Italia. Voglio peró fare alcune riflessioni che penso possano aiutare me e voi, che mi accompagnate con tanto affetto.

Innanzittutto, piú volte mi sono chiesto: “Da dove mi é venuta questa percezione tanto distorta? Sará solo imputabile all´idealizzazione della terra lontana e felice, senza dolore, di leopardiana memoria? O c´é stato qualche altro fattore?”. Qui purtroppo io ho individuato un grosso limite del nostro mondo missionario italiano e della pubblicistica missionaria in particolare. Certamente bisogna rendere atto al mondo missionario della preoccupazione di far conoscere gli aspetti positivi e le conquiste delle cosiddette “Chiese di missione”. Ció che manca peró, a mio avviso, é una presentazione piú aderente alla realtá, soprattutto quella ecclesiale. Di fatto presentando sempre o prevalentemente le esperienze positive di queste Chiese, a fronte di una realtá socio-politica disastrosa, inevitabilmente si finisce con l´alimentare il modello realtá: sociale disatrosa – Chiesa santa e profetica; viceversa come si spiega questa diversitá tanto radicale dentro la stessa realtá socio-culturale? E qui sta, a mio avviso, il nocciolo del problema. Io non nego, anzi confermo, l´esistenza di queste esperienze positive o profetiche, che siano; l´unica cosa che bisogna “dire” meglio é il loro carattere assolutamente minoritario e marginale, perlomeno dentro la realtá ecclesiale brasiliana. Certamente questa insignificanza é particolarmente evidente in questa epoca di “riflusso”, ma anche nei periodi, cossiddetti d´oro, ovvero negli anni settanta e ottanta, questa Chiesa, che piú direttamente faceva riferimento al Concilio, non ha mai superato il 30% della Chiesa brasiliana. Certamente questa minoranza era particolarmente attiva e protagonista e, perció, “visibile”. Ora, se si tiene conto che, dentro questo 30%, c´era una grossa fetta che seguiva la moda del momento e il restante 70% conteneva e contiene le esperienze piú disparate e contraddittorie, comprese forme di tradizionalismo e devozionalismo al limite dell´ortodossia cattolica, alla fine che cosa ci rimane? Sì, rimangono alcune esperienze profetiche, validissime, ma con una incidenzza nel tessuto ecclesiale tranquillamente comparabile a quello della Caritas e dei vari Gruppi Missionari nel panorama italiano.

Queste riflessioni a mio avviso sono fondamentali, piú per noi qui, che per voi lí, perché nelle varie riunione di pastorale e, mi pare nello stesso Documento del CELAM 5, sempre piú spesso si sente questo ritornello: “Queste esperienze del post-Concilio non hanno funzionato; l´indifferenza religiosa aumenta e le sette pentecostali pure. Che cosa dobbiamo fare per ri-evangelizzare l´America Latina?”.

Ora, se prendiamo l´esperienza principe degli ultima quarantanni brasiliani: le Comunitá di Base, io dico, a partie dall´esperienza che ho fatto in questi giorni a Curitiba, una bella e ricca capitale del sud del Brasile, come si puó dire che questa espeirenza ha fallito, non ha funzionato, se di fatto é stata applicata solo in tre o quattro Parrocchie di quella cittá, che ha piú o meno le dimensioni di Milano? E non stiamo parlando di una povera Diocesi dell´interno come quella di Grajaú! Ció nonostante nelle nostre riunioni e al CELAM si passano ore a discutere sulle CEBs, perché questo non deve essere l´unico modello pastorale; e poi come possiamo essere “aperti allo Spirito”, che sempre mostra nuovi cammini alla Chiesa e cosí via.

In altre parole invece di confrontarci rigorosamente e convertirci a questo dono meraviglioso dello Spirito, che ha permesso alla Chiesa di riscoprire l´intuizione e l´esperienza delle comunitá degli Atti degli Apostoli, preferiamo, come disse S. Paolo, parlare nuovi linguaggi, semplicemente per sentire il prurito della novitá per la novitá. Infatti che cosa c´é di piú nuovo e piú fondamentale per la Chiesa, se non rimettere al centro di tutta la riflessione pastorale e missionaria l´intuizione degli Atti, secondo la quale, i discepoli di Gesú sono coloro che, si riuniscono attorno alla Parola e all´Eucaristia e a partire da questo centro costruiscono nuovi rapporti di fraternitá, convivenza, solidarietá e assieme cercano di trasformare il mondo alla luce del Vangelo? Io mi domando che cosa c´é di piú nuovo e piú fondamentale per la Chiesa che questa veritá? Ma queste sono semplicemente le prime Comunitá cristiane, descritte dagli Atti degli Apostoli, questa é l´intuizione delle CEBs dell´America Latina, questa é la novitá che il mondo non ha ancora scoperto, ma di cui ha drammaticamente bisogno, in questa fase post-moderna, segnata drammaticamente da questo individualismo, praticamente ridotto a successione illimitata di emozioni senza radici e senza futuro.

Il Documento finale del CELAM 5, in realtá, grazie a Dio, ha dentro tutte queste riflessioni, quando dice categoricamente che il cristianesimo non puó ridursi a percorso acetico-spiritualeggiante “per salvare la propria anima”. Il Vangelo o é vissuto in comunitá, o non é il Vangelo di Gesú. Successivamente contiene diversi paragrafi, per approfondire le dinamiche comunionali dentro la Chiesa. Purtroppo queste intuizioni fondamentali sono diluite e, quasi annacquate, dentro altre annotazioni, assolutamente marginali, per non dire inutili. Il tutto, a mio avviso, per quell´invincibile “peccato originale”, che abbiamo noi cattolici, di tentare di salvare tutto e tutti. Cosí, per non offendere “le nuove forme di vita religiosa”, che il piú delle volte non passano dall´essere prolungamento religioso della fragilitá emotiva post-moderna, dicevo, con questa preoccupazione del “non escludiamo nessuno” finiamo per non annunciare al mondo l´essenziale nel quale sta la Salvezza.

Per chi non l´avesse capito, a mio avviso, anche in Italia e in Europa, la cifra sintetica da cui leggere il nostro tempo e pensare cammini di ri-evangelizzazione é la vita comunitaria, storicamente incarnata e vissuta nel territorio, in cui il Signore ci ha collocati.

Buon Mese Missionario a tutti!

don Marco Bassani

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