La sfida di essere cristiano

Pubblico con gioia questa bella testimonianza di don Alberto Dell’Acqua, mio amico e compagno di messa, non perdetevela.

A pochi giorni dalla mia ri-partenza per il Camerun (2 luglio p.v.), mi sono concesso uno stacco e dei giorni di preghiera al C.U.M. (Centro Unitario Missionario) di Verona, il luogo che 3 anni fa mi aveva ospitato per il mese di preparazione culturale e spirituale all’Africa.

Questa pausa mi ha offerto la possibilità di ripercorrere i due anni trascorsi nella nuova Parrocchia di Djamboutou – Garoua e anche i due mesi di questa mia prima vacanza italiana.

Mi sembra di poter rileggere l’esperienza che sto vivendo, attraverso l’immagine della “SFIDA”. Intendiamoci subito bene, però: non la “sfida” di quello che nell’immaginario collettivo (e falsato) è la figura del “missionario-eroe” che passa tutto il giorno a lottare contro chissà chi e chissà cosa o a compiere chissà quali imprese leggendarie, che solo lui può realizzare e solo in queste terre lontane e misteriose si possono compiere. Niente di tutto questo! E’ invece quella che intendo come la continuazione della “sfida” di ESSERE CRISTIANO e per me di esserlo da PRETE, una sfida che vale sempre e ovunque: l’ho vissuta nei 7 anni di Gallarate e nei 7 anni monzesi e ora, con sottolineature differenti, ma con un denominatore comune, la sto vivendo là; e questa è anche la sfida che ciascun cristiano, di qualsiasi tempo e di qualsiasi parte del mondo, è chiamato a vivere.

Per me essere cristiano e prete nel Nord del Camerun in questi due anni è stata una sfida innanzitutto “fisica”: quella della fatica del mio corpo che ha dovuto “prendere le misure” e abituarsi in un contesto geografico e climatico molto diverso da quello da cui provenivo e che mi ha richiesto di accogliere i suoi ritmi, senza imporre i miei (pena il non farcela!).

E’ stata anche una sfida “comunitaria”: là il mio essere cristiano e prete, non lo vivo da solo, ma insieme ad altri due preti, due donne laiche italiane (di cui una consacrata) e una comunità di tre suore africane (oltre che fianco a fianco alla comunità del C.O.E. – Centro Orientamento Educativo di Barzio -): il Vangelo vissuto, prima che annunciato con le parole, passa attraverso la sfida di riuscire a vivere questa dimensione comunitaria e fraterna con chi è chiamato a testimoniarlo insieme a te, oppure qui trova subito il suo più grande ostacolo.

Ulteriori continue sfide sono quella “relazionale” e quella “pastorale” con le persone che mi sono state affidate: i ragazzi e i giovani (realtà sempre difficile, perché in continuo movimento), la comunità in città e le 23 piccole comunità dei villaggi. Non mi è sempre facile avere la scioltezza e l’elasticità necessarie per annunciare un Vangelo che sia testimonianza concreta di una “buona notizia” per la vita di uomini e donne che vivono situazioni molto differenti tra loro; in più, il mio essere “bianco” e quindi “ricco”, ha dovuto e deve sempre fare i conti con il rischio dell’ambiguità di chi ti cerca per altro, rispetto a ciò per cui sei lì: non sempre è facile offrire se stessi al posto delle cose che hai, ma devi sforzarti di continuare a farlo, pena la possibilità di vivere relazioni sincere e reciproche.

C’è anche una sfida “culturale” in un contesto come il nostro, formato da tanti popoli/etnie che vivono fianco a fianco, mantenendo però una loro identità; in un contesto ancora molto impregnato della religione tradizionale; in un contesto a maggioranza musulmano e che richiede anche un confronto continuo con le Chiese protestanti riconosciute e con le loro derive (le cosiddette “sette”). Una sfida, questa, che ti domanda, man mano che prosegui nell’esperienza, di avere sempre l’umiltà di non pensare di avere già capito tutto, senza più bisogno di metterti in ascolto delle svariate sfaccettature della realtà.

Occorre infine saper raccogliere, almeno in parte, quella che definisco la sfida “sociale” di chi vive nel Nord del Camerun, cioè in una vasta porzione di paese un po’ “dimenticata” dallo stato e dalle sue politiche di sviluppo e in cui la testimonianza e l’accoglienza del Vangelo passa anche dal far percepire alla gente la fattibilità di una più equa ripartizione dei beni della terra, per arrivare a favorire uno sviluppo sostenibile in particolare per la gente dei villaggi (ma non solo), soprattutto in materia di sanità, di educazione, di accesso all’acqua potabile…

Da ultimo vorrei dire un grosso grazie per questi due mesi di vacanza che sono stati per me dei mesi vissuti nella gioia di incontrare: singole persone, coppie di fidanzati e sposi, gruppi, comunità parrocchiali, volti conosciuti e volti nuovi… con tutti, in modi diversi, c’è stata la possibilità di condividere le reciproche esperienze, insieme alle gioie e alle fatiche della vita. Molti hanno anche voluto contribuire ai bisogni della nostra missione. Grazie a tutti e per tutto!

Il 2 luglio tornerò là “pieno” di questi incontri che condividerò con i miei parrocchiani, così come con voi ho condiviso gli incontri di questi miei primi due anni d’Africa. Sono contento di poter fare da “ponte” per questo scambio reciproco.

Dio, che in prima persona vive la sua continua “sfida” a favore delle sue creature e del suo creato, perché siano sempre più come lui li ha “sognati”, aiuti e sostenga ciascuno di noi nelle nostre piccole e grandi sfide di ogni giorno!

Un abbraccio!

Don Alberto

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