Convegno di Huaura – gennaio 2003

Di villaggio in villaggio, di casa in casa…

– Una Chiesa, tante Chiese: abitare, insieme, da poveri –

 

  1. L’approccio

Io preparo per voi un regno (Lc 22,29). Potremmo partire da qui per tentare di descrivere cosa ha raccolto l’attenzione dei partecipanti al Convegno di Huaura, cinque anni fa. Partire, cioè, dalla consapevolezza di un agire di Dio che non possiamo non chiamare gratuito.

Anzitutto questo ci ha richiamato il giorno di ritiro che ci ha visti sostare, aiutati dalle meditazioni guidate da don Severino Pagani. C’è qualcosa che ci anticipa, qualcosa per cui Dio lavora da tempo, che già abita il cuore di uomini e donne di ogni tempo e di ogni luogo e che anima il cammino delle Chiese; e in questo l’apostolo è allora colui non che precede, ma che accompagna l’agire di Dio.

In questo senso è stato importante, nei giorni di Huaura, provare a rileggere le nostre biografie: quelle personali, quelle delle Chiese entro le quali alcuni di noi sono stati o sono mandati, la biografia stessa della nostra Chiesa di Milano, assetata anche di cogliere segni di vita e doni del Signore attraverso l’esperienza di scambio e cooperazione che si vuole sempre più crescente e significativa con altre Chiese sorelle. E con semplicità e profondità le giornate vissute insieme ci hanno permesso di ascoltare cammini diversi e diverse attese dal Chad, dal Cameroun, dallo Zambia, dall’Albania, dal Messico, dal Brasile, dal Perù.

Anche la pluralità di ministeri vissuti si è fatta elemento prezioso per l’ascolto delle biografie dei nostri cammini ecclesiali: le diverse vocazioni spese nella missio ad gentes ci hanno aiutato a disegnare con ampiezza la ricchezza del lavoro pastorale che la Chiesa di Milano sente di condividere con le altre Chiese; un lavoro pastorale che abbiamo davvero avvertito in una responsabilità comune.

  1. Le domande

Alcune domande hanno guidato il percorso di ascolto e confronto di Huaura; alcune domande sgorgate dall’attenzione data al Vangelo, cercando di cogliere dallo stile di Gesù e dal mandato affidato ai discepoli gli elementi di fondo entro i quali riconoscere, ancora una volta, il compito missionario della Chiesa, ed in particolare il compito missionario affidato alla Chiesa di Milano oggi, in questo momento storico e dentro i contesti con i quali viene in contatto. Domande nate soprattutto attorno alle preziose sottolineature offerte dalla riflessione d’avvio di don Franco Brovelli.

Anzitutto ci si è provati a chiedere quale sia il volto della Chiesa di Gesù: al di là delle forme istituzionali che via via la Chiesa assume, quali riconosciamo essere gli “ingredienti” irrinunciabili, gli elementi costitutivi del mandato missionario? C’è un discernimento comunitario che ha bisogno delle parole di Gesù per trovare luce (Mc 6,35ss), perché la nostra ricerca non rimanga sterilmente irrigidita e bloccata dal peso delle situazioni che incontriamo. Di questo confronto e di questo ascolto la nostra Chiesa ha continuamente bisogno, per intravedere, grazie alla parola illuminante del Maestro, le ulteriori possibilità che la provvidenza di Dio prepara, custodisce, realizza.

Ci siamo poi chiesti cosa stiamo imparando dalle Chiese che stiamo incontrando. Lo scambio che presiede ad ogni invio ci chiede attenzione alle acquisizioni con le quali il Signore arricchisce il nostro cammino di Chiesa ambrosiana. C’è un dono che non possiamo ricevere se non incontrando la grazia con la quale lo Spirito investe il cammino di altre Chiese più giovani. Sì, dobbiamo imparare, e tendere l’orecchio a quanto parla dello stile di Gesù, dentro il percorso che compiono le Chiese che incontriamo in Africa, in America Latina, nell’est europeo.

Altre domande, irrinunciabili, si sono poste sul piano dell’itinerario personale che l’invio missionario suscita e accompagna. Cosa sta accadendo in noi, nella nostra vicenda umana e spirituale, nella nostra vocazione, mentre ci stiamo dedicando al Vangelo e facendo dono della vita al Signore? Qualcosa accade nella vita di una persona che “vive” la propria vocazione, qualcosa che non è solo da custodire, ma che fiorisce, che emerge in modo nuovo, magari inaspettato, qualcosa che va riconosciuto, perché parla del volto che Dio sta assumendo per me e per la mia Chiesa.

Un’ulteriore interrogativo, particolarmente prezioso per noi, e motivo di particolare attenzione in questo anno del nostro cammino diocesano, era legato al desiderio di cogliere cosa può regalare alla nostra Chiesa locale di Milano l’esperienza missionaria che a Huaura ha trovato un luogo di confronto, elaborazione, e prima ancora attento ascolto. Cosa dice il Signore alla Chiesa di Milano a partire dall’impegno missionario che tanti suoi figli vivono proprio per un invio che è scaturito dal desiderio della diocesi stessa di allargare i propri orizzonti?

  1. La casa

Con l’immagine della “casa” a Huaura c’è stato un intenso confronto, modellato dalla vita, sulla necessità di abitare totalmente la realtà cui si è inviati. I fidei donum, i laici e i religiosi presenti hanno con vivacità raccontato come lo stare con la gente, il fare dell’Africa o dell’Albania o dell’America Latina la propria casa, sia questione essenziale della testimonianza cristiana e dell’agire pastorale. Il volto della Chiesa di Gesù chiede all’apostolo di abitare con cuore, anima, testa e corpo il luogo e amare la gente cui sente di essere inviato dal Signore. Il cammino di avvio o di ricostruzione di una comunità cristiana si è spesso legato proprio a questa capacità di stare lì, in un luogo dal quale magari molti sperano di andarsene. Quando l’abitare la vita della gente è criterio dell’agire pastorale, allora siamo sì di fronte ad un volto di Chiesa, quello che oggi Gesù Risorto sembra chiederci. “Il Signore ci manda non a portare qualcosa, ma per trovare qualcuno che ci ha chiamato”: così si raccoglieva nella conclusioni di mons. Giovanni Giudici.

Alla nostra Chiesa di Milano, questo si fa appello perché siano valorizzate le forme di vita fraterna che mostrino il volto della Chiesa che nasce dal Cristo che si fa uno di noi e condivide in tutto, eccetto il peccato, la nostra condizione, fino a morirne. Dall’esperienza di scambio con le Chiese sorelle in cui vivono i nostri missionari, viene a noi l’invito ad uno stile dell’essere Chiesa che sa collocarsi non sopra, ma dentro i contesti vitali delle persone; una Chiesa che convoca solo perché abita la vita delle persone; una Chiesa che è preoccupata di porsi come semplice segno della presenza viva di Gesù, più che garantirsi visibilità e rilevanza; una Chiesa, più che altro, di uomini e donne del Vangelo, che ogni giorno faticano, cercano, soffrono, sperano e gioiscono…

Una fraternità condivisa appare palesemente condizione opportuna, non solo per sostenersi nella fatica, ma soprattutto per scrutare con sapienza modi e tempi con i quali la Parola continua la sua corsa nelle comunità che ci sono affidate, tanto in missione quanto nella diocesi di Milano.

  1. Povertà di autorità

Dall’esperienza missionaria si è colto il volto di una Chiesa che sa riconoscere e liberare le potenzialità che il Signore semina nella vita di uomini e donne di ogni tempo e luogo; come i cinque pani e i due pesci di Mc 6,38ss. Una Chiesa, quindi, in cui ci si educa insieme, insieme si pensa e si cresce. La fatica del missionario nell’ingresso nella cultura locale non è quindi ostacolo alla penetrazione del Vangelo, ma offerta di purificazione perché il Vangelo sia realmente convincente. L’Evangelo è detto in questa accentuazione del segno della fraternità; che vuol dire quindi anche povertà di autorità, spoliazione di ogni presunta superiorità, senza per questo venire meno alla libertà e responsabilità di porsi anche come segno di contraddizione, di fronte a incongruenze e ostacoli posti ad una reale umanizzazione secondo il Vangelo.

Lo scambio con altre Chiese ha progressivamente aperto la responsabilità di guidare verso la ulteriore responsabilità di suscitare guide locali. È apparso, questo, come un dinamismo cui anche la nostra Chiesa ambrosiana è chiamata, nella valorizzazione sempre più intensa delle comuni responsabilità, ed in una condivisione sempre più reale del poco che c’è (per richiamarsi ancora alla citata pagina evangelica). Una Chiesa, quindi, dove gli spazi di autorità sono posti a servizio del bene comune, in forme sempre più reali di corresponsabilità: questo rende convincente il Vangelo. E non tanto nel senso “strategico” del termine, quanto nella fedeltà a Gesù e alla sua scelta di amore, dove non ci sono più per lui servi, ma amici.

  1. Paura del poco?

Molto ci si è fermati, nel confronto, sul tema della povertà dei mezzi. Che Chiesa abbiamo iniziato e che volto di Chiesa stiamo portando avanti, laddove è chiaro che noi arriviamo in missione non senza mezzi? Gesù (Mc 6,41) non ha paura del poco, e divide quel che c’è, e in questo modo inizia a distribuire a ciascuno ciò di cui ha bisogno. Al missionario è chiesto di fidarsi, ancora oggi dei mezzi poveri, mentre comunque si fa “ambasciatore” di qualche possibilità in più: si tratta, cioè, di mettere a tema una carità intelligente, lasciando al missionario di essere povero tra la gente.

Di fatto la Chiesa di Milano ha i mezzi, là dove giunge per l’annuncio del Vangelo in uno scambio con altre Chiese sorelle, decisamente più povere di mezzi. C’è modo e modo di vivere tale ricchezza di mezzi: ci può essere un modo rassegnato e autocolpevolizzante; e ci può essere un modo creativo, che sa coniugare insieme l’immagine di una Chiesa povera secondo il Vangelo con una reale e magari ampia disponibilità di mezzi. Le radici da cui proveniamo ci rendono comunque “ricchi” agli occhi di chi incontriamo, ma è compito nostro comunicare un’immagine limpida del nostro modo di essere Chiesa: e ci è possibile. E la carità intelligente ha tante vie, anche altre da quella economico-finanziaria, in cui si può esprimere con la ricchezza e la gratuità dei gesti di Gesù. “L’esperienza povera delle Chiese che incontriamo – diceva mons. Giudici nelle conclusioni del convegno – ci aiuta a comprendere cosa è centrale nella pastorale”.

Certo questo interpella seriamente la nostra Chiesa di Milano sulla sobrietà che sa vivere. Forte è risuonato l’appello (non arrabbiato né ideologico, ma forte!) alla non facoltatività dell’interrogativo sull’uso delle ricchezze; anzi sul possesso delle ricchezze. Dall’esperienza della vita missionaria viene alla nostra Chiesa ambrosiana l’invito ad investire con più forza sulla ricchezza umana possibile, vero tesoro del Regno di Dio, anche e proprio dentro una maggiore sobrietà di mezzi. Senza dimenticare quanto ebbe occasione di dirci il card. Carlo Maria Martini: “Noi siamo ancora troppo ricchi per imparare a fare i poveri.”

  1. La Parola di Dio in mano alla gente

Le esperienze missionarie che si sono incontrate in Perù hanno descritto situazioni ben differenti attorno allo spazio che la pastorale riesce a dare alla Parola di Dio; ma ovunque la Parola è avvertita come nutrimento della vita della gente, nella ricerca di convertire la vita a ciò che la Parola suggerisce. Nella metodologia pastorale la Parola di Dio è elemento fondamentale. Quello che ci si domanda – e che si domanda anche alla Chiesa di Milano – è se, alla fine, la predicazione della Parola riesce a creare un rapporto personale profondo con Gesù. Chi è Gesù per le nostre Chiese? La relazione personale con Gesù è ciò che resta

Altra attenzione è stata data al rapporto tra Sacramenti e Parola, rilevando una discrepanza che, seppure in forme differenti, appartiene tanto alle Chiese che incontriamo, quanto anche alla nostra Chiesa di origine. L’unità è trovata nell’incontro con il Signore: la Parola “nascosta dietro il Sacramento” in Perù; più vissuto l’ascolto diretto della Parola in Africa dove i Sacramenti sono più “rarefatti”. L’attenzione prioritaria va data sempre all’idea di Dio che dalla Parola emerge, perché si possa così riconoscere come ne viene illuminata la vita cristiana.

Per la pastorale milanese, dai nostri missionari ne viene qualche ulteriore puntualizzazione, proprio provando a stare in ascolto delle diverse esperienze che dai paesi di missione si sono potute ascoltare; degli espliciti preziosi inviti che si vuole far giungere alle orecchie della nostra Chiesa, per il cammino di attenzione alla Parola, perché ancora meglio appartenga al vissuto delle nostre comunità. Anzitutto l’educazione all’ascolto della Parola: le forme di “Scuola della Parola” sono preziose; soprattutto l’educazione dei giovani trae particolare ricchezza e possibilità da un accompagnamento alla dimestichezza orante con la Parola di Dio. Gli itinerari di preghiera in ascolto della Parola sono imprescindibile elemento della pastorale: tra i nostri missionari, e anche nel percorso di vita pastorale che caratterizza oggi il nostro essere Chiesa a Milano.

  1. La pace e la giustizia

Anche sul versante dell’attenzione ai temi della pace e della giustizia c’è stato, ad Huaura, un ampio confronto; non tanto sulle questioni in sé, quanto sulle ricadute pastorali di quel fenomeno che chiamiamo globalizzazione. La necessità di prendere coscienza dell’interdipendenza o dell’interferenza in cui ci muoviamo attraversa tanto il sud quanto il nord del mondo. Un poco schematicamente provo a raccogliere qui le diverse indicazioni che dal convegno sono giunte.

  • Necessità di creare percorsi che educhino alla caritas, cioè ad un’immagine di comunità cristiana che si fa carico dei più deboli nel proprio contesto. I meccanismi della solidarietà faticano a “scattare”, a muoversi. L’educazione delle coscienze e la relazione con gli stranieri sono i nodi cui dare maggiore attenzione.

  • Più che la moltiplicazione delle strutture si sente la necessità di valorizzare, “sfruttare” la realtà che c’è (in Africa c’è molto meno, ma la tensione ideale ha valore anche lì). Soprattutto si tratta di valorizzare la ricchezza delle persone.

  • Nelle nostre comunità, in occidente, mancano spesso figure che vocazionalmente si sentano chiamate a forme di cooperazione internazionale. L’ingresso di credenti nelle realtà associative e nella realtà civile, politica appare marginale nei contesti pastorali, e questo è un impoverimento della passione per la totalità cui il Vangelo si riferisce.

  • Interrogativi seri devono essere posti anche nella nostra diocesi sull’uso delle risorse, per una vigilanza che mai può essere sopita.

  • Non si può sorvolare sulla ricerca attenta delle ragioni anche culturali della promozione della pace e della giustizia, in una capacità di interazione e dialogo cui mai il Vangelo si sottrae.

  • La riflessione sugli stili di vita nel nostro contesto occidentale continua ad essere preziosa ed irrinunciabile. L’educazione a questa attenzione chiede un continuo impegno nel nostro contesto diocesano.

  1. Verso dove?

Lecito domandarsi, un anno dopo, verso quale direzione sospingono le acquisizioni del convegno di Huaura. E certo le osservazioni sopra riportate offrono un orizzonte possibile, sollecitano ulteriormente la passione per il Vangelo in ogni angolo della terra, e verso ogni angolo della terra. Ma soprattutto una domanda resta al cuore di questa esperienza di vivo scambio missionario: quali condizioni di vita di una comunità permettono lo sviluppo di coscienze capaci di solidarietà e facilitano l’esprimersi di vocazioni all’annuncio e alla missione, anche ad gentes?

Domanda che ogni comunità cristiana ed ogni operatore pastorale, anzi ogni cristiano è chiamato a porsi. E se diamo ascolto alla ricchezza dei contributi che dai missionari diocesani a Huaura possiamo raccogliere, questa domanda non può non andare a cercare percorsi attuabili nel primato della Parola data in mano alla gente, gente educata all’ascolto; nell’attenzione alla sobrietà, ad un uso intelligente ed evangelico delle risorse; alla vita fraterna nella condivisione di una comune passione per l’Evangelo; nell’attenzione alle dinamiche della pace e della giustizia e delle regioni culturali che le rendono vie necessariamente da percorrere; infine nelle forme di comunione in cui i ministeri si esprimono in una corresponsabilità che dà forma alla Chiesa voluta da Gesù di Nazareth.

In questo senso – diceva al convegno don Flavio Saleri del C.U.M. di Verona – “la missione interpella la Chiesa italiana sul modo di essere Chiesa, e non solo sui metodi pastorali”.

Segni – e non rappresentanti! – della missionarietà della Chiesa, ci chiediamo insieme di dare attenzione a questo evento di grazia che è stato il convegno di Huaura, perché anche le Chiese di questo nostro vecchio continente sappiano rispondere alle attese del Regno, qui, oggi.

 

Don Orazio Antoniazzi

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