p. Alessio Lucchini – Le orme di um cammino. Diario poco ordinato di um cammino per alcuni sentieri dell’America Latina – 03

Carnaubeira 02-03-2008

Eccomi di nuovo qui per raccontarti un altro pezzo di strada e, se ci riesco, per farti assaporare le realtà che sto incontrando.

Ci siamo lasciati che ero nel seminario di Santarém, sabato 16 di febbraio. L’aereo è partito la domenica mattina alle 6.30, direzione Fortaleza. Io e Orazio siamo arrivati nella città della terra del sole poco dopo mezzogiorno e c’era già ad aspettarci padre Adolfo, un camilliano che da 30 anni è in missione nel Brasile. È arrivato in Brasile come ostetrico, per amministrare un ospedale, dapprima nello stato di Amapà e poi a Fortaleza. Però nella sua attività si è sempre più convinto che la sua vocazione non era per l’amministrazione, così ha cominciato a dare assistenza alle ragazze-madri facendo il “pre-natale”, accompagnando la loro gravidanza, visitando anche i luoghi di prostituzione, da dove generalmente provenivano le ragazze che lui seguiva. In questa missione, lui ha capito la necessità di essere accompagnato da alcune donne e così è nata la comunità delle missionarie camilliane di Maria madre della vita. Al momento ci sono tre case dove operano queste missionarie, due in favelas della città di Fortaleza e una nella città di Quixadà. Si può riassumere in questo la loro opera: visita per le strade incontrando le ragazze e donne che vivono in una situazione di violenza e prostituzione, visita nelle case alle famiglie, evangelizzazione, attenzione alla salute (“pre-natale”, accompagnamento psicologico…), casa di accoglienza per adolescenti gravide, incontri formativi, corsi di avviamento professionale, reinserimento nella società. Continuando il mio diario.

Domenica don Adolfo ci ha accompagnato in una delle case delle missionarie camilliane, situata in una favela, considerata tra le più pericolose (difatti io e padre Orazio non potevamo uscire di casa senza qualcuno che ci accompagnasse, per il pericolo concreto di essere derubati, viste le nostre belle facce!); il pomeriggio è stato di riposo e celebrazione della messa.

Il lunedì è cominciata la nostra settimana con le donne schiave della violenza e del sesso, nella mattina e nel pomeriggio con sorella Dori e Rubia siamo andati nelle case di quella favela dove eravamo ospiti. Solitudine, mancanza di istruzione, di opportunità, di lavoro, uomini violenti erano i denominatori comuni della vita delle donne di casa che incontravamo. Alcuni fili di speranza però tracciavano un disegno differente.

· Una donna con due figli, di cui la maggiore ha terminato la scuola superiore e vuole diventare psicologa, nel frattempo lavora per aiutare la famiglia e raccimolare i soldi per realizzare questo sogno. Fin da piccola – ci dicevano le sorelle – la bambina affermava che voleva togliere sua mamma dalla vita di strada, che faceva per mantenere i figli visto che il marito, coinvolto nel traffico della droga, era scappato.

· Quattro adolescenti, di cui due gravide, che parlavano del loro futuro, una vuole diventare avvocata. Tutte partecipano nei corsi di formazione (informatica, cucina, cameriera) che le suore organizzano.

· Una adolescente, diversamente abile, accudita dalla nonna che ci ha mostrato con fierezza il saggio di danza a cui aveva participato assieme ad alri ragazzi e ragazze diversamente abili.

· Una signora anziana che stava facendo cappelli di paglia, per venderli e guadagnare qualcosa, con una maestria ed un entusiasmo che mi impressionava.

Il martedì siamo andati a conoscere la realtà dell’università teologica di Fortaleza, che offre corsi di formazione per i seminaristi e per i laici. Ci ha accolto padre Luis Sartorel, missionario di Bolzano e direttore della teologia per laici. Con lui siamo andati anche a visitare il centro, la cattedrale, le piazze più importanti, il museo del Cearà, la prima chiesa di Fortaleza. Nel museo del Cearà, abbiamo incontrato la storia di frate Tito, un domenicano che, durante la dittatura militare in Brasile, appoggiava i giovani universitari nella lotta contro la dittatura. È stato preso e torturato assieme ad un altro confratello, perché rivelassero nomi di persone contrarie alla dittatura. La sua storia è paradigmatica rispetto a quella di molte altre persone, e stride non poco con le affermazioni del vescovo di San Paolo che, interrogato dal papa, rispondeva che non esisteva la tortura in Brasile! Una volta rilasciato, frate Tito, segnato da questa esperienza, è rimasto con problemi psichici; la sua congregazione lo ha portato a Roma, dove la chiesa istituzionale ha intravisto in lui un terrorista più che un martire, è stato quindi trasferito a Lione dove è morto suicida, vittima della sequela delle torture subite.

Il mercoledì abbiamo dedicato la mattina alla lettura orante della bibbia con le 3 novizie della comunità dove eravamo. Al pomeriggio siamo andati a far visita all’altra comunità che si trova in un altro quartiere della città di Fortraleza. Abbiamo visitato il centro di formazione che stanno ampliando per il crescente bisogno di spazio per le attività, siamo andati a visitare la famiglia di una ragazza (13 anni) incinta, all’ultimo mese, che da lì a poco sarebbe andata ad abitare nella casa di accoglienza, per poter accompagnare meglio la nascita della bambina. Alla sera passeggiata turistica sul lungomare, con una visione un poco differente, con don Adolfo e due sorelle, ci siamo fermati a parlare con alcune donne, che erano lì per “lavoro”, lasciando stare quelle che già avevano incontrato un cliente per quella sera. Don Adolfo ha chiesto di dove erano, se hanno figli, dove abitano, chiaramente la vergogna non le faceva parlare apertamente di cosa erano lì a fare. Don Adolfo ha cominciato a parlare loro delle possibilità di partecipare a corsi di formazione, ha informato della possibilità di assistenza medico-specialistica, insomma ha lanciato un primo ponte di contatto per poter dare una possibilità di cambiamento. Questo fatto mi ha ricordato un poco l’attitudine di Gesù con la samaritana! Una piccola nota che dovrebbe farci riflettere: molti brasiliani e brasiliane nel lungo mare si rivolgevano a noi in italiano, questo fa capire che la nostra nazione è “ben!!!!” rappresentata in questo luogo turistico.

Il giovedì mattina don Adolfo ci ha dato la possibilità di fare un bagno in una spiaggia poco distante dalla città. Mare e paesaggio da cartolina, e soprattutto, praticamente deserto e senza troppa confusione. Al pomeriggio laboratorio di pizza che abbiamo mangiato alla sera con le “irmãs” delle due case.

Il venerdì piccola visita nella piazza dove don Adolfo ascolta e visita le donne incinte che hanno bisogno, poi con suor Dori siamo andati in un condominio abbandonato occupato da famiglie di senza-tetto, per incontrare la mamma di una bambina appena nata (2 settimane), che vive in un sottoscala, senza luce, in condizioni che non trovo neanche le parole per descrivere. Dori l’ha invitata a passare per potergli dare alcune cose di cui la bambina aveva bisogno. Al pomeriggio accompagnati da un’altra sorella e da una signora che all’inizio aveva accompagnato don Adolfo nella sua missione di incontrare le prostitute, siamo andati in un quartiere vicino al porto, luogo di prostituzione dove marinai e turisti potevano “soddisfare” le loro necessità, uso il passato perché adesso queste “mandrie” si dirigono di più verso il centro e il lungomare, di conseguenza anche le donne devono spostarsi! Siamo entrati nelle case di alcune che per l’età hanno lasciato il lavoro, ma passando per le vie si capiva come c’erano altre donne, figlie o nipoti di queste, che si preparavano per “uscire”. Alla sera messa con tutte le camilliane per l’arrivederci ai due padri.

Al sabato mattina abbiamo accompagnato padre Orazio che partiva per São Luis, dove ha iniziato la sua nuova esperienza missionaria. Poi sono andato a visistare il mercato dell’artigianato e alla sera il centro culturale, dove c’erano rappresentazioni teatrali per bambini, danze, mostre… a mezzanotte sono partito anch’io per l’aereoporto, dove alle 1.45 mi aspettava l’aereo per Recife. L’ennesimo saluto di arrivederci – in questo ultimo mese mi sono quasi abituato! – alle sorelle camilliane ed eccomi al bancone per fare il check-in dei miei più fedeli compagni di viaggio, gli zaini! Nel frattempo ho dovuto cambiare qualcosa nel mio programma di viaggio. Consultando il sito del ministero di giustizia per accompagnare l’andamento del mio visto brasiliano, ho incontrato scritto “processo bloccato”, ho così pensato di aproffitare della prossimità di Recife con João Pessoa per passare nella polizia federale e vedere se c’erano problemi.Sono così arrivato a Recife alle 3 di mattina, con calma mi sono diretto alla stazione degli autobus e anziché viaggiare subito per Floresta, ho preso l’autobus per João Pessoa. Ovviamente ho chiesto ospitalità nella mia ex-parrocchia. Sono così tornato là per “matar um pouco a saudade”, per “far passare um poco di nostalgia”. È stato bello incontrare volti conosciuti e sperimentare la loro allegria nel vedermi di nuovo, un poco meno bello vedere alcune cose cambiate, non necessariamente per il meglio (è la mia opinione, è chiaro!). Alla sera la comunità di São Paulo, aveva programmato la sua messa mensile, ma, a causa di alcune aggiunte di messe nelle comunità maggiori, si trovava a dover rinunciare per questo mese, chiaro poche persone rispetto al numero di gente che ha potuto godere della messa nelle altre comunità più grandi, mi sono quindi rallegrato in poter accettare l’invito a celebrare in questa comunità. Alla mattina sono passato a risolvere il problema nella polizia federale, che grazie al cielo non era niente di grave, ma che per fortuna sono passato sennò non andava avanti niente.Al pomeriggio ho preso l’autobus di ritorno per Recife e alla sera eccomi già sull’autobus per Floresta, interno del Pernambuco. Sono arrivato alle 4 di mattina, ho svegliato il vescovo per aprirmi la porta (lui sapeva che arrivavo!) e così sono andato a riposare.È iniziato così il mio nuovo cammino per i sentieri del sertão pernambucano. Con la parola sertão si identificauna regione agreste, lontana dal litorale e generalmente poco abitata, nel Brasile comprende la zona del semi-arido, dove si alternano il periodo della secca e delle piogge.

All’una del pomeriggio di martedì mi aspettava il camion per andare nella città di Carnaubeira, la parrocchia che avrei visitato per prima, perché là andavo ad incontrarmi con padre Alberto. Ho detto camion, hai capito bene!, perché il trasporto nel sertão è assai complicato e le strade asfaltate sono una rarità, terra battuta con polvere durante la secca e buche e fango nel periodo delle piogge. Immaginati quante imprese di autobus si contendono il servizio tra le piccole città del sertão! Così sono arrivato nella cittadina di Carnaubeira dopo quasi due ore seduto su una panca, assicurata al cassone del camioncino, che forniva anche il tetto di nylon per ripararsi dalla pioggia. Sono arrivato solo un poco impolverato e le due ore hanno dato anche la possibilità di scambiare qualche parola con gli altri passeggeri, quando il rumore dava la possibilità di ascoltare. L’autista mi ha accompagnato fino alla casa parrocchiale, o casa delle suore: è la stessa cosa perché la parrocchia di Carnaubeira è affidata alla cura pastorale di tre suore, non ci sono preti sufficienti; loro sono missionarie italiane che sono qui da nove anni. La casa è più che dignitosa, eredità di un prete tedesco che ha costruito: la chiesa, la casa parrocchiale, un ospedale, un centro di formazione e un centro ricreativo, oltre a qualche strada… dopo qualche anno in cui la parrocchia è rimasta senza un prete, sono arrivate queste suore-parroche (si può dire?) che curano la pastorale, con una pazienza, un amore, una attenzione e una carità che solo un parroco-donna può avere. Poi mi trovo ad ascoltare il commento di alcune persone che adorano la “messa delle suore” (intendiamoci è la celebrazione della Parola presieduta dalle suore), anche se sono più contenti quando c’è la messa del prete, penso come sanno apprezzare il poco che gli è concesso da una chiesa che concentra le sue forze dove c’è più gente da radunare, penso alle grandi città del litorale dove i vescovi, molto sapientemente, mettono un numero consistente di preti per poter venire incontro alle necessità delle moltitudini che affollano le periferie. Intendiamoci, è vero che si deve dare una attenzione particolare a questa realtà urbana, ma mi sembra che si creino – neanche tanto inconsciamente – dei cristiani di serie B, che abitano sulle rive dei fiumi nella Amazzonia o nel sertão del Brasile, o chissà in quanti altri posti. Il tutto per la spietata legge dei numeri e per la consolazione di vedere riempire le chiese! Continuando la mia riflessione, penso che stanno facendo molto meglio qui in Carnaubeira, tre suore di una certa età, che non molti preti. Ho avvertito l’affetto della gente per queste religiose e penso che è di questo che hanno bisogno in questo angolo sperduto, dimenticato dagli uomini e isolato dalla natura (nel periodo delle piogge si creano torreni che possono bloccare le strade che portano verso città maggiori).

Mercoledì sono andato in una comunità a celebrare la messa di suffragio di una bambina morta una settimana prima, forse per una leucemia fulminante. Ho già descritto come sono i mezzi di trasporto: immaginatevi che problema si crea quando c’è da curare un caso di emergenza! Al pomeriggio ho celebrato un’altra messa nel santuario di Nossa Senhora da Penha. Una famiglia si è fatta più di un’ora di strada a piedi, scendendo da una piccola catena montuosa, per poter ricordare i propri defunti. Alla sera ho partecipato al circolo biblico che si fa in occasione della quaresima e legato al tema della campagna di Fraternità.

Giovedì mattina sono andato alla ricerca di un camion-scuola (gli scuolabus che accompagnano i ragazzi alla scuola che è in città) che potesse accompagnarmi là dove padre Alberto stava visitando una comunità indigena. Le suore mi avevano detto che è un posto molto bello e che meritava essere visitato, così sono andato, sapendo di fare una sorpresa. Dopo quasi un’ora e mezza di pioggia, salite molto ripide (si trovava in una catena montuosa, un’altra, non quella della famiglia di cui ho parlato prima!), buche, siamo arrivati in cima alla Serra di Arapuà. Ho visitato la casa della farina, dove stavano preparando la farina di mandioca, e poi sono andato nella casa dove Alberto era ospitato e lì ho capito che non potevo non fermarmi a dormire e scendere la mattina seguente. Ho avuto così il tempo di fare una piccola passeggiata lungo un sentierino che mi ricordava le camminate in montagna, poi è arrivato Alberto e abbiamo cenato molto bene, perché era arrivato un ospite e a questi (ero io!) si offre sempre il meglio. È stato molto interessante conoscere questa realtà differente dal Sertão perché si tratta di zona montagnosa e quindi con maggiore difficoltà di isolamento. Ma anche perché ho potuto vedere la missione di padre Alberto con gli indios, che gli richiede di spostarsi molto, con mezzi di trasporto non proprio confortevoli, e soprattutto di entrare con pazienza nella realtà, nella cultura e nella fede di popoli con tradizioni differenti; per fare questo c’è bisogno di molto dialogo ma anche di molta conoscenza e passione.

Alle 6.30 del venerdì con il camionscuola siamo partiti, caricando il mezzo di trasporto di una trentina di satudenti (dai 10 ai 16 anni) e anche una trentina di sacchi di farina di mandioca, castagna di caju e cotone che dovevano andare al mercato della città vicina: non essendo molto facile incontrare mezzi di trasporto le persone approffittano del “carro” degli studenti. Inutile dire che il camioncino eraparticolarmente carico. Mi impressiona la vita che fanno questi ragazzi, chiamati tutti i giorni a farsi circa tre ore di viaggio, nelle condizioni che ho descritto, sapendo che se piove, può essere l’opportunità di stare a casa da scuola, ma anche la possibilità di dover farsi la strada a piedi (e sotto l’acqua!) perché il camioncino non riesce ad andare su, oltre al rischio concreto che devono affrontare percorrendo quel sentieri di montagna. Il tutto per partecipare a lezioni che non sono il massimo della qualità a livello culturale ed educativo. Ditelo ai vostri figli, nipoti, bambini, alunni, c’è chi praticamente rischia la vita a 10 anni per imparare l’alfabeto! Al pomeriggio poi sono andato ad accompagnare una delle suore nella casa di una famiglia dove una bambina di 2 anni era morta annegata, quel giorno stesso. Incidente, mancanza di attenzione, sfortuna… Non saprei come descrivertelo. Mi ha colpito però la forza d’animo della mamma, che aveva deciso di accettare questa figlia nonostante si trattasse di una gravidanza a rischio, i medici davano quasi per certo che una delle due moriva nel parto. Guardando questa donna, madre di altri otto figli, mi sono reso conto come questo popolo, discendenti o di indios colonizzati con la violenza dall’Europa, o di africani schiavizzati per lavorare la terra, è fortemente allenato al dolore e alla sofferenza. Non credo si tratti di una fortuna, ma è altrettanto vero che li aiuta ad affrontare montagne di sofferenze (povertà, mancanza di opportunità, la secca, la morte, l’indifferenza o lo sfruttamento dei potenti…) che schiaccerebbero un occidentale figlio della globalizzazione. Alla sera non poteva mancare la via crucis per le vie della città con le varie stazioni celebrate davanti alle case di chi voleva accogliere questa celebrazione.

Il sabato mattina, siamo andati in una comunità distante poco meno di un’ora (la strada era in buone condizioni!) per celebrare la messa con il battesimo di tre bambini e un adolescente. La celebrazione era prevista per le 8.30, ma fatti coningenti hanno fatto si che cominciassimo verso le 10, nel frattempo alcune persone hanno potuto confessarsi e io ho potuto conoscere la realtà di questa comunità formata da afrodiscendenti, in pratica i figli degli schiavi negri che per fuggire dalla schiavitù si dirigevano verso il sertão. La celebrazione avrebbe messo in difficoltà il più esperto cerimoniere, ma Alberto, aiutando le persone a capire il significato di quello che stavamo celebrando (eucarestia e battesimo) ha aiutato la partecipazione di tutti, rispettando in tutto e per tutto il rito cattolico romano. A volte ci vuole solo un poco più di attenzione alle persone che stanno partecipando e la liturgia celebra pienamente i sacramenti unendo Dio e la vita delle persone.

Domenica è stato il giorno della assemblea parrocchiale, il Signore ha ascoltato le preghiere delle suore e ha lasciato un giorno di sole, che ha così permesso la partecipazione a gran parte delle comunità della parrocchia, che con la pioggia avrebbero avuto problemi per raggiungere la città. Aiutati da don Alberto i responsabili delle comunità hanno riflettuto sul cammino delle missioni popolari che hanno vissuto con molto profitto nei mesi scorsi e ha introdotto il cammino sinodale che la diocesi comincerà a partire di Pentecoste. Si sono inoltre tracciate alcune priorità per la parrocchia: formazione biblica e attenzione alla gioventù. L’assemblea è stato un momento molto positivo dove persone di varie comunità hanno potuto in qualche modo contribuire al cammino della parrocchia, rinnovando il proprio impegno dentro della comunità. Io mi ero proposto di fare un resoconto con più frequenza, ma sai com’è il tempo è poco e dopo quando comincio a scrivere mi accorgo che dovrei usare il doppio delle parole, spero di essere riuscito a far trasparire qualcosa dietro alle lettere. Di sicuro ci sono molti volti e esperienze differenti di fede che stanno arricchendo la mia fede e soprattutto mi aiutano a scoprire, ogni volta di più, la bellezza di essere chiesa con le sfumature dei colori diversi della vita di ciascuno. Posso dire, con sicurezza, che Dio ha una fantasia infinita nel rivelarsi agli uomini e che non possiamo smettere di osservare per cogliere la verità che Dio ci rivela attraverso la storia di ogni vita. Ora ti lascio, con qualche anticipazione, così la prossima volta posso essere più breve.Lunedì 3, oggi, con padre Alberto, una delle suore e due laiche di Carnaubeira, andiamo a Petrolandia, la città maggiore della diocesi di Floresta, per la settimana missionaria. Nel contesto delle missioni popolari, ogni parrocchia, organizza una settimana dove, missionari laici e preti di altre parrocchie, si uniscono agli animatori e responsabili delle varie comunità per fare missione, ossia visitare le case, celebrare i sacramenti, organizzare momenti di preghiera e celebrazione…, più avanti ti spigherò meglio.

Chiedo scusa ancora una volta per la mancanza di coerenza tra i diversi paragrafi e la sintassi un poco approssimata, ma è quello che riesco ad offrirti insieme ad un caldo abbraccio e un affettuoso saluto.

“Até a pròxima”

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